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Le elezioni alle porte

Archiviata in fretta la questione siciliana, la politica si concentra ormai sulle prossime elezioni la cui data non è certa, anche se non passa giorno che non ci siano elementi che tendono a confermare marzo come la scadenza più probabile.

Parole chiave: Politica (1762), governo (351), elezioni (747)

La questione è la gestione delle liste con il nuovo meccanismo che unisce voto sui collegi uninominali e voto proporzionale

Archiviata in fretta la questione siciliana, la politica si concentra ormai sulle prossime elezioni la cui data non è certa, anche se non passa giorno che non ci siano elementi che tendono a confermare marzo come la scadenza più probabile. L’ultimo indizio è la pronuncia della Commissione Europea che ha posticipato a maggio l’invio delle sue considerazioni sul nostro programma economico, segno evidente che si vuole evitare di interferire con le elezioni e con la formazione del nuovo governo. Ma questo significa che per quella data si conta che ci sarà.

La questione è la gestione delle liste con il nuovo meccanismo che unisce voto sui collegi uninominali e voto proporzionale. È una faccenda spinosa, specie per il Senato dove il meccanismo è un po’ diverso da quello della Camera. Non si tratta solo di fare i conti con gli attuali parlamentari, molti dei quali sanno di non poter trovare posto nel nuovo panorama: sono persone poco disponibili a farsi da parte e in grado di creare problemi nel prosieguo della legislatura, sia sulla legge finanziaria sia su alcune ulteriori scadenze calde come quelle sullo ius soli e sul testamento biologico.

La questione riguarda tutte le forze in campo, ma non in egual misura. Il centrodestra ritiene di avere la spinta di un vento favorevole e questo potrebbe indurre le sue componenti a trovare linee di accordo, anche se poi nel concreto possono nascere frizioni difficili da governare. I partiti minori sono messi male e bene al tempo stesso. Male perché avranno difficoltà a farsi qualche spazio nei collegi uninominali e perché hanno sulla testa la ghigliottina della clausola di sbarramento (il 3% non è una soglia alta, ma comunque bisogna arrivarci e sono milioni di voti). Bene perché possono comunque “vendere” le loro quote alle coalizioni maggiori (possono essere trasferite anche se non raggiungono il 3% purché arrivino almeno al 1%) e con la fame di voti che c’è per raggiungere la preminenza le disponibilità a “comperare” non mancano.

A trovarsi in una posizione particolarmente difficile è il PD, che pure è stato l’artefice della nuova legislazione elettorale. L’area tradizionale della sinistra è stata spaccata dalla scissione che il partito ha dovuto sopportare e non si vede come possa essere ricomposta. Ci sono certo impuntature personalistiche, ma ci sono anche questioni per così dire oggettive. Infatti come in tutte le scissioni ogni componente pretende che l’altra riconosca di essere la parte in colpa. Così Mdp vuole che Renzi e i suoi riconoscano di avere tradito la “verità” (cioè la presunta natura di sinistra), e parallelamente il PD chiede a Bersani e compagni di accettare di tornare al tavolo ammettendo che senza il PD politiche di governo non sono possibili. È la dinamica tipica di tutti gli scismi “religiosi”: i paralleli potrebbero sprecarsi.

Il fatto è che la guerra fra le due “confessioni” mette in difficoltà tutte le componenti minori che vorrebbero essere della partita, ma senza apparire quelli che si sottomettono all’ortodossia di una delle due chiese. Così dal confuso mondo del riformismo di centrosinistra a quello dei nostalgici della sinistra unita tipo Ulivo che fu si è costretti ad aumentare la confusione, perché ciascuno deve chiedere ad entrambe le chiese in conflitto di riconoscere qualche sua bandierina identitaria: lo fa la Bonino, lo fa Pisapia, e più o meno sotto traccia lo fanno altri.

Si sta finendo in una palude da cui sarà difficile uscire vivi. Il problema non è ovviamente la salvezza o meno di questa o quella componente, perché in politica nulla si decide una volta per sempre e nei turbinosi anni della Seconda Repubblica dovremmo averlo imparato. La questione è che si deve poter chiudere in maniera ragionevole la legislatura con una legge finanziaria all’altezza di sostenere la piccola ripresa economica in corso. Questo richiede anche il mantenimento di una certa credibilità in Europa, ed è un capitolo dolente.

Un campo di battaglia esasperato da una lotta elettorale senza regole non è il contesto adatto per raggiungere quei risultati, ma non si vede come si possa arrivare ad un temperamento della situazione visto che un sistema comunicativo diviso fra media alla ricerca di spettacolarizzazioni per incrementare vendite e ascolti e una “rete” che da spazio libero a tutte le sparate che passano per la testa di qualcuno non consente che si parli di tregue.

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