Anche Dio ha diritto alla sua gioia

I lettura: Giosuè 5,9a.10-12;

II lettura: 2Corinzi 5,17-21;

Vangelo: Luca 15,1-3.15-32

Di tutto ciò che si può dire in quest’Anno santo, il brano evangelico della prossima domenica è il fondamento da cui non si può in alcun modo prescindere. Si parla di un padre, di un figlio minore (scapestrato) e di un primogenito (laborioso e persona dabbene), ma la figura che è presente dall’inizio alla fine è quella del padre. È la parabola del padre misericordioso, che ci porta vicini al cuore di Dio, alla sorgente – o al mistero – della misericordia. Al figlio minore, per legge, spettava un terzo dei beni paterni, ma non poteva disporne fin che il padre era in vita. Qui invece è proprio quel che accade: la rivendicazione da parte di quel figlio assomiglia molto all’usurpazione. Del resto, cos’altro è il peccato alla sua radice se non usurpare come diritto ciò che è soltanto dono? E una volta tolta alle cose la dimensione del dono, cos’altro rimane se non la voglia di scialacquarle, rovinando anche se stessi?

“Raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto”. Abbandonato il padre per organizzarsi la vita in libertà, alla fine si ritrova servo di un padrone: questi “lo mandò nei campi a pascolare i porci; avrebbe voluto saziarsi almeno con le carrube, ma nessuno gliene dava”. Un proverbio ebraico affermava: “Quando gli israeliti son ridotti a mangiare carrube, è la volta che si convertono!”. “Rientrò in se stesso” infatti. Rinsavisce. E una volta tornato in sé, decide di tornare anche a casa, dal padre. “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame”. Conversione questa? E per quale motivo? Il rimorso per aver offeso il padre? la nostalgia del suo affetto? No, niente di tutto questo. Il motivo è semplicemente la fame. Il figlio prodigo si converte solo per fame. Motivo per cui si preoccupa di preparare la scena, gesti e parole; chissà quanto li avrà studiati, calcolati! “Andrò da mio padre, gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”.

Il Padre lo spiazzerà da tutti i suoi ragionamenti, lo sorprenderà aldilà di tutte le sue previsioni. Perché conversione non è rendersi accettabili agli occhi di Dio; non è passare con la sufficienza; conversione è accettare che Dio sia padre e si comporti da padre con qualunque figlio che ritorna. Era ancora lontano quando il padre lo vide. Lo vide perché lo attendeva: a un padre il cui figlio è partito sbattendo la porta, cos’altro resta da fare? Lo vide e si commosse, di quello sconvolgimento interiore che prende tutta la persona con un’agitazione incontenibile. Gli corse incontro (il che non si addice a un dignitoso orientale; correre, anche se è questione di fretta, equivale ad umiliarsi, è perdere dignità); ciononostante gli corse incontro, gli cadde al collo e lo baciava… lo baciava: un abbraccio che sembra non finire più. Il figlio prova a sciorinare le belle parole che s’era preparato, ma il padre non ascolta, anzi non gli dà nemmeno il tempo di finire la recita. È tanto saggio da sapere che si tratta solo di belle parole, che in realtà quel figlio è tornato per fame, ma che importa? È suo figlio. Ed è tornato. Questo è tutto ciò che conta veramente. Qualcun altro al suo posto, avrebbe forse richiesto un atto di dolore perfetto, o un’accusa minuziosa e integrale di tutte le sue malefatte, o quantomeno un bel proponimento di non allontanarsi mai più da casa: tutte cose importanti che però a questo padre non interessano minimamente. I suoi interessi sono di altro genere. “Disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello, l’anello al dito (quell’anello che è anche sigillo, cioè segno di potere), i sandali ai piedi” (i servi andavano scalzi, solo i signori portavano i sandali). Insomma è reintegrato pienamente nella dignità di figlio, di signore, ben aldilà delle sue previsioni. “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

Risurrezione, quindi, ritorno alla vita: ecco le sensazioni di quel padre. Il figlio maggiore però non prova le stesse sensazioni. Non sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda di suo padre. Tutt’altro. “Egli si trovava nei campi”: per lavorarvi, ovviamente, o per dirigere il lavoro della servitù. È un tipo diligente, assiduo, scrupoloso; non ha grilli per la testa costui. Saputo il motivo della festa, e che il padre per l’occasione aveva fatto ammazzare il vitello grasso, “si adirò e non voleva entrare”. Il padre uscì allora, e lo pregava: gli parlava da amico, con bontà, cercava di farlo ragionare con il cuore. Quante figure deve fare questo padre! “Io ti servo da tanti anni” si sente dire: da un figlio! “Io ti servo!”. Il suo rimanere nella casa con il padre è stato nient’altro che un rapporto di servitù, non è mai diventato legame di comunione, di condivisione cuore a cuore con il padre. Motivo per cui lo scapestrato che è tornato è semplicemente “questo tuo figlio che ha divorato le tue sostanze con le prostitute”, ma egli non ha niente da spartire con lui; prende decisamente le distanze. Del resto, non riuscirà a ricredersi se in quel tale che è tornato non riconosce il suo fratello.

Sì, è più facile convertirsi per chi sa di essere peccatore che non per chi presume di essere giusto: ma è proprio a quest’ultimo – o a questa categoria – che è rivolta la parabola di Gesù. Conversione, certo, ma non di peccatori alla giustizia, bensì di giusti alla misericordia. Dio peraltro è Padre, e degli uni e degli altri: è gioia per lui poterli abbracciare. Non ha forse diritto anche Dio alla sua gioia, così come ognuno di noi, suoi figli?

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