È l’11 aprile del 1945. Siamo nella convulsa fase finale, ma la guerra è tutt’altro che terminata. La provincia di Bolzano, con Trento e Belluno, è ancora dominata con pugno di ferro dal Terzo Reich, stretta nella morsa della Zona di operazioni delle Prealpi.
Nella chiesa del Sacro Cuore, a Bolzano, si sono raccolti i familiari e gli amici di Josef Mayr-Nusser. Pochi giorni prima Hildegard Straub, la moglie, aveva ricevuto una lettera da Erlangen. Poche righe, fredde, per dire che il marito era morto. Il 24 febbraio. A causa di una broncopolmonite. Dall’altipiano del Renon, dove viveva sfollata, era scesa di corsa in città e lungo la via aveva incontrato don Josef. Fu la prima persona con la quale poté condividere la triste notizia e le lacrime.
Don Josef Ferrari era stato nominato, nel 1934, assistente dell’Azione cattolica per la parte tedesca della diocesi di Trento. Assieme a lui Josef Mayr-Nusser (Pepi Nusser) assunse la guida della Gioventù cattolica. Loro due, il prete e il laico, resi fratelli dall’amicizia, dal comune impegno e dal coraggio della testimonianza. Insieme furono parte attiva di quella minoranza che si oppose al nazionalsocialismo fin dai tempi delle Opzioni (1939). Due figure luminose nella storia delle Chiese di Trento e di Bolzano-Bressanone.
Come si seppe più tardi, Pepi Nusser era morto nel treno che lo stava deportando a Dachau, fermo per un bombardamento alla stazione di Erlangen, presso Norimberga. Causa del decesso: edema da fame. Fu ritrovato esanime all’alba del 24 febbraio 1945. Esattamente ottanta anni fa.
Josef era stato arrestato e condannato a morte per essersi rifiutato di giurare fedeltà a Adolf Hitler, che lo aveva arruolato di forza nelle file delle SS combattenti. I dettagli della vicenda, quell’11 aprile, ultimo mese di guerra, non erano ancora noti ai suoi. Ma si sapeva bene – perché Pepi lo aveva fatto capire alla moglie Hildegard – che la morte era stata conseguenza diretta del suo chiaro no al nazionalsocialismo (pochi giorni prima di opporsi al giuramento, scrisse: “L’impellenza di tale testimonianza è ormai ineluttabile, perché due mondi si stanno scontrando”…).
Quello nella chiesa del Sacro Cuore – la Parrocchiale è distrutta dai bombardamenti – è una sorta di funerale senza salma. A celebrare e a pronunciare l’omelia è don Josef (egli stesso, nei mesi passati, ha conosciuto le carceri della Gestapo a Innsbruck e un periodo di confino). Dopo aver passato in rassegna, come si usa, le tappe della vita di Pepi, l’amico prete ne traccia questo ritratto: “Quello che diceva era chiaro come l’acqua di una sorgente di montagna – quello che faceva, lo faceva per una bontà calda, che aveva il suo fondamento nella carità cristiana. Che portasse questo amore, lungo le sue camminate vincenziane, nelle baracche e nelle abitazioni dei poveri, che offrisse l’amore come una forza di conciliazione per le tensioni nella comunità dei giovani, era sempre lo stesso amore che nasceva dal suo cuore vicino a Dio. La sua gratuità era senza limiti e la sua disponibilità al servizio instancabile”.
I presenti al rito funebre sono coloro – quelli che non sono al fronte – che hanno vissuto con i due Josef il percorso comunitario del gruppo dei giovani. “Nella penombra della nostra chiesetta di San Giovanni vediamo la sua figura ergersi come una colonna, sentiamo ancora la sua voce chiara e decisa a leggere i testi della liturgia…”.
Ma ora, a rischio della sua incolumità, don Ferrari parla. Ha il coraggio di dire parole di verità. La guerra non è ancora finita. “Anche se molti altri hanno agito diversamente”, racconta, Pepi “prese solitario la sua decisione, ben consapevole delle conseguenze che essa avrebbe comportato. Davanti a lui la vita – sua moglie, che amava teneramente, il suo figlioletto, oggetto delle sue cure paterne e del suo amore, i suoi fratelli, ai quali era legato da amore fraterno – la sua terra tra i monti, che in un paesaggio estraneo e desolato aveva imparato ad amare ancora di più: tutto ciò deve essere stato davanti a lui. Egli prese tuttavia la sua decisione”.
“Non possiamo fare a meno di pensare”, aggiunge il prete, “a un grande laico e padre di famiglia della storia della Chiesa che è diventato martire perché ha obbedito a Dio piuttosto che agli uomini: san Tommaso Moro. La felicità terrena di una bella vita familiare rende una tale decisione ancora più significativa, il suo sacrificio ancora più grande. Le dure settimane e i mesi che hanno seguito la sua decisione devono averlo portato presto alla maturità finale. Le lettere alla sua amata moglie sono scritte con una fede viva e forte. Trovava per lei sempre parole di consolazione”.
La notizia della morte è arrivata “repentina e dura”, ricorda don Josef incrociando lo sguardo di Hildegard. Ma “la sua morte è stata molto diversa da quella di molti giovani, in questa guerra. Non ha avuto la pubblica glorificazione, gli allori del combattente, nessuna medaglia appuntata al suo petto – non un cenno ad eroismo e morte eroica sulla sua tomba. Eppure è morto un grande uomo, un cristiano meraviglioso, un eroe della verità, un confessore della fede. La sua medaglia è stato il marchio luminoso di Cristo, con cui il Signore lo aveva segnato nell’anima il giorno del battesimo. Quel marchio è divenuto segno di vittoria del confessore morente. E se nessuna parola umana lo ha accompagnato alla tomba, lo ha accolto però il coro della Chiesa trionfante. Josef Mayr aveva combattuto la buona battaglia e portato a compimento la sua vita. Il Signore lo aveva chiamato a salire sul trono della croce”.
Conclude don Josef, il prete: “Il nostro dolore non è come quello di chi non ha speranza. Portiamo dentro di noi la certezza che egli sta vivendo la vita eterna di Dio. Noi, che siamo in cammino, alziamo i nostri occhi credenti e prendiamo la luce che Josef Mayr ha portato vittoriosamente attraverso la lotta di questo tempo”. La luce… “Intorno a noi c’è il buio”, aveva scritto Pepi, il laico, nel gennaio del 1938. “In questa situazione dobbiamo dare testimonianza e vincere il buio con la luce di Cristo”.
Don Josef Ferrari – che nel dopoguerra rimise in piedi il sistema scolastico di lingua tedesca messo al bando dal fascismo – riuscì a riportare in patria, da Erlangen, la salma di Josef Mayr-Nusser solo nel 1958. Il martire trovò sepoltura (dal 1963) a Stella di Renon, idillio lontano dalla vista dei contemporanei, non ancora disposti a fare i conti con la sua testimonianza. Da parte sua don Josef, quello stesso anno 1958, raggiunse Pepi nella Casa del Padre.