Elmi di Scipio e schiave di Roma

Il “Canto degli Italiani” ricordato insieme al Risorgimento su un manifesto propagandistico della Repubblica Sociale Italiana . Foto Wikipedia (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Fratelli_d_italia_1944_RSI.jpg)

Grazie alla nuova sindaca di Merano – e suo malgrado – si può continuare a riflettere sui simboli nazionali, sui loro diversi significati e sulla loro adeguatezza a rappresentare l’Italia del XXI secolo.

In un primo tempo, si ricorderà, Katharina Zeller si sfila la fascia tricolore impostale dal predecessore, durante una cerimonia informale di passaggio di consegne in Municipio. Successivamente, in occasione del 2 giugno, Festa della Repubblica, partecipa a una celebrazione con fascia tricolore in bella vista, ma non canta l’inno di Mameli. Questa volta l’intellighènzia italica si astiene da avventate analisi sociopolitiche (ma su qualche organo di stampa leggiamo titoli del tipo “Un gesto che mina l’unità nazionale”). In compenso si scatenano i leoncelli da tastiera sui social (“Ma rimandiamoli tutti al di là del confine”) ottenendo anche qualche risposta simpatica (“E doveva anche mettersi l’elmo di Scipio?”).

Si è già detto altrove della differenza tra Repubblica e nazione, tra lo Stato e lo stadio. Prendiamo allora velocemente in mano il nostro inno, senza voler riaprire l’annosa questione Mameli-sì-Mameli-no, non perché sia infondata, ma perché ci sono, oggi, problemi più urgenti. Il primo di tutti è quella che papa Francesco ha chiamato “terza guerra mondiale a pezzi” la quale, distraendo da tutto il resto, toglie futuro all’umanità intera.

Cominciamo col dire che la destra patriottarda che si scandalizza quando si intacca la sacralità dell’inno (o della bandiera), l’ha già profanata nel momento in cui si è appropriata delle sue prime parole per dare un nome a un partito politico. Chi rappresenta, legittimamente, una parte, non deve accaparrarsi i simboli di tutti e chi pretende di imporre a tutti i simboli nazionali non deve ridurli a elementi di parte. Solo per dire.

Il Canto degli italiani (composto dal giovane Goffredo Mameli nel 1847) risente del linguaggio, dei sentimenti e dell’ideologia di un’epoca che non è più la nostra, anche se, per certi versi rischia di somigliarle un po’. Tempi di guerre, di battaglie di liberazione dallo straniero, di esaltazione della lotta armata, di costruzione del nemico. Tutte cose che, slegate dall’orizzonte della dignità della persona e del bene comune, hanno condotto alle tragedie del Secolo breve e di lì ai nostri giorni, in cui ogni telegiornale è un film dell’orrore e i grandi della terra sembrano i burattini del demonio.

Dover cantare di un’Italia che guarda alle gesta di Scipione Africano (grande stratega militare, distrusse Cartagine), che vuole la vittoria (sui suoi nemici), vittoria che il Padreterno in persona avrebbe creato schiava di Roma, può mettere il cittadino consapevole in un certo imbarazzo. Nota a margine: ricordarsi il monumento alla Vittoria di Bolzano e la lunga storia della sua storicizzazione.

Essere “pronti alla morte” è proprio dei martiri. Dei testimoni della fede. Dobbiamo davvero proclamare qualcosa che non corrisponde alla realtà? Milioni di italiani – dicono le statistiche – non sono pronti a pagare le tasse e a rispettare il codice della strada, però sarebbero “pronti alla morte”? Per l’Italia?

La seconda e la terza strofa dell’inno sono un appello all’unità nazionale. Obiettivo: cessare di essere deboli (“…calpesti, derisi”), diventare invincibili (“…uniti per Dio, chi vincer ci può?”). La quarta strofa si ispira alla battaglia di Legnano (vittoria della Lega lombarda), a guerre cinquecentesche, ai Vespri siciliani (lotta contro gli angioini), all’eroico Balilla che nel dicembre 1746, a Genova, lanciò una pietra a un ufficiale austriaco. Da lui presero nome le organizzazioni giovanili fasciste.

La quinta strofa sfotte la Russia e l’Austria che allora (una di esse fino ad oggi) erano potenze imperialiste (“…l’aquila d’Austria le penne ha perdute”). L’ultima strofa, la sesta, ci riporta alla prima.

L’inno di Mameli racconta le passioni del Risorgimento, fase storica che non si vuole qui giudicare. Forse versi come questi andrebbero storicizzati e poi messi da parte, perché non esprimono più nemmeno uno dei valori raccolti nella Costituzione della Repubblica italiana, che è “fondata sul lavoro” e non sulla guerra. Che, anzi, “ripudia la guerra … come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Almeno nelle intenzioni (e forse è di questo che dovremmo parlare).

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

vitaTrentina