A Parigi, nella laicissima Francia, come qualche mese fa a Barcellona e a Madrid, nella cattolicissima Spagna. Allora, ad inizio giugno, erano un milione e duecentomila le persone che in occasione della festività del Corpus Domini si erano radunate a Plaza de Cibeles, il cuore della capitale spagnola, per incontrare papa Leone. Qualche giorno dopo, l’inaugurazione della Torre di Gesù alla Sagrada Famiglia, aveva rappresentato l’occasione per l’abbraccio della Catalogna al Pontefice che viene dall’America, il tutto a poca distanza da Piazza Portal de la Pau dove è collocato il monumento a Cristoforo Colombo, la grande statua in bronzo del navigatore genovese con la mano che punta l’indice verso il mare.
A Madrid, nel primo storico discorso di un Pontefice davanti al Parlamento spagnolo, il Papa aveva lanciato un forte appello all’intera Europa contro il riarmo e la polarizzazione. Aveva definito l’identità europea “indissolubilmente legata alla difesa della pace, della democrazia e dei diritti umani”, esortando il continente a ritrovare una visione di “giustizia sociale e dignità inviolabile della persona”. Un messaggio che in Italia i grandi mezzi di comunicazione (stampa e televisioni) avevano snobbato, più attenti – come sempre – alle vicende domestiche, alle logiche provinciali di un dibattito politico sterile e fine a sé stesso, alle polemiche di giornata che normalmente tramontano all’imbrunire. Certo, “Avvenire” “L’Osservatore romano”, “Tv 2000”, fanno eccezione. Ma sono stati soprattutto gli strumenti digitali – i siti, i social, i canali WhatsApp – a dare conto anche delle parole “controcorrente” di papa Leone.
La stessa cosa è successa nei giorni scorsi per il Viaggio Apostolico in Francia. Certo, le immagini degli ottocentomila francesi accorsi sugli Champs-Elysees, tra Place de la Concorde e l’Arco di Trionfo, sono state trasmesse dalle televisioni: i volti, i sorrisi, le bandiere, gli striscioni, il grido “Leon, Leon”, che scandiva il passaggio del Pontefice. Un entusiasmo che ha sorpreso molti, forse non i parigini a cui Leone ha chiesto di “non tenere la fede in Gesù Cristo solo per voi stessi, ma lasciatela traboccare per dissetare e colmare le persone che incontrate. Spetta a voi portare la speranza là dove regnano lo scoraggiamento e l’aridità spirituale”. Un’esortazione, a ben guardare, rivolta non solo alla Francia, ma all’intera Europa, mai come prima d’ora “vecchio continente”.
Un papa Prevost controcorrente e per questo scomodo per le narrazioni accondiscendenti e che dunque sui giornali finisce nelle pagine interne e nei telegiornali nelle notizie di taglio basso. Così è successo per il nuovo, forte richiamo al dovere cristiano di lavorare per la pace, con un’affermazione che solo pochi anni fa ci sarebbe sembrata scontata e che oggi, invece, risulta drammaticamente attuale: “la guerra non è inevitabile”.
La guerra che non nasce per caso, ma che è conseguenza delle scelte dell’uomo, “la più terribile delle opere umane”, anche se forse la più redditizia per chi specula profitti inimmaginabili in nome del riarmo. Un papa Leone che, a Lourdes, cammina nella notte con la fiaccola in mano – processione
che decine di migliaia di trentini conoscono bene – per rovesciare il cosiddetto primato dell’efficienza: “Qui, nessuna fragilità viene respinta. Le vostre stampelle, le vostre sedie a rotelle, le vostre lacrime nascoste non sono ostacoli: sono il luogo per eccellenza in cui siete pienamente rispettati, accolti e trasfigurati dall’amore infinito di Dio”.
Tra le immagini simbolo di questo viaggio rimarrà certamente quella del Papa che accoglie tra le sue braccia Marie-Garance, una ragazza gravemente disabile. Osservando questa foto non si può non pensare alla Pietà di Michelangelo.
E ancora, la questione dell’intelligenza artificiale, proprio nei giorni in cui Peter Thiel (uno dei più ascoltati profeti della logica tecnocratica) definisce papa Leone un “utile idiota del partito comunista cinese”, il Pontefice ha esortato la comunità internazionale a non perdere l’umanità a favore di un “paradiso delle macchine”, sottolineando che l’innovazione tecnologica deve rimanere uno strumento al servizio della persona e non tramutarsi in un mezzo di dominio, ingiustizia o impoverimento delle relazioni umane.
Infine, il nuovo richiamo all’Europa, alle sue radici, ai suoi valori. Occasione per esortare “il coraggio della negoziazione” (parola persino sconveniente nel linguaggio dei nostri giorni) e per ricordare che bisogna “essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace”. Lo ha fatto a Metz, al confine tra Francia e Germania, uno dei luoghi dove la guerra ha mostrato tutta la sua ferocia. Ma anche la città di Schuman, uno dei fondatori con De Gasperi e Adenauer del progetto europeo. Tre statisti cattolici, tre uomini di frontiera, tre protagonisti di una stessa intuizione: trasformare l’Europa dei conflitti nell’Europa della cooperazione.