Atti 14,21b-27;
Apocalisse 21,1-5a;
Giovanni 13,31-33a.34-35
“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri…”. Ma se sono quasi 2000 anni che Gesù Cristo ha parlato così, come può essere “nuovo” il comandamento che ha dato? Non sarà per caso che è nuovo perché, pur avendolo imparato, siamo ancora lontani dal metterlo in pratica?
Da certi dati, riportati già qualche anno fa’, si deduce che in Trentino – per certi versi – le cose andrebbero meglio che altrove: meno disoccupazione giovanile, meno povertà, uno standard di vita migliore che da altre parti… Ma per altri versi, proprio il Trentino rischierebbe di cadere nel “paradosso della felicità”: la gente sarebbe sempre meno felice e più stressata. A riprova di ciò si riportavano certi primati (rispetto alle altre regioni d’Italia): l’alta percentuale delle persone che vivono da “single”, delle coppie senza figli, dei giovani che non si sposano (o lo fanno piuttosto tardi)…Non ho avuto modo né voglia di verificare se questi dati al presente sono mutati (per il timore, lo confesso, di dover constatare risultati tutt’altro che lusinghieri). Mi chiedo solo: ma, con tutto questo, oseremo ancora dire che il comandamento di Gesù – “Amatevi gli uni gli altri…” – è vecchio e lo conosciamo da sempre? No, è più nuovo che mai. E anche a prescindere dalle situazioni attuali, sarà sempre nuovo. Per che motivo? Gesù non ha detto solo: “Amatevi”, ma ha aggiunto: “come io ho amato voi”. Sì, è soprattutto qui la novità. Basta considerare l’inizio del brano evangelico di questa Domenica: “Quando Giuda fu uscito dal Cenacolo (per andare a tradirlo) Gesù disse: “Questa è l’ora della mia gloria!”. Ma come? Stai per essere tradito (e lo sai), ti condanneranno, morirai crocifisso (e lo sai): come puoi dire che questa è l’ora della tua gloria, del tuo massimo successo? Ed ecco la sua risposta: “Il mio regno non è come quelli di questo mondo”. Io non faccio parte della schiera dei grandi di questo mondo che costruiscono il loro successo a spese dell’umanità: io vengo da Dio, e Dio trova la sua gloria, la sua più grande soddisfazione, nel donare se stesso per amore, fino a morire, fino a scomparire… Insomma: Gesù, figlio di Dio, ci ha amato a caro prezzo: basta guardarlo crocifisso.
Quindi può dire con autorevolezza: “Così amatevi anche voi! È il mio comandamento nuovo questo”. Sì, ha ragione: fin che non sappiamo amare anche con sacrificio e a caro prezzo nelle situazioni reali della vita, sarà sempre nuovo. Ma è poi possibile amare come ci ha amati Gesù Cristo? Non è forse una pretesa esorbitante? Non è che ci chiede troppo il Signore?
In un ospedale di Gerusalemme mi è stata raccontata questa vicenda (da quelle parti, è noto che ebrei e arabi spesso si guardano reciprocamente in cagnesco): è accaduto che a un uomo, papà di famiglia (arabo e musulmano) i soldati ebrei hanno ucciso un figlio, un giovane sui 20 anni. Quel papà ha donato gli organi del figlio a dei ragazzi ebrei i quali, grazie, a quell’intervento, hanno potuto guarire e riprendere una vita normale… Era un musulmano quel papà: non credeva in Gesù Cristo, ma ha fatto ciò che insegna, il che è ben più che credere e basta. Ma allora! Tanto più noi possiamo e dobbiamo mettere in pratica il comandamento nuovo di amarci anche a caro prezzo, anche se ci costa sacrificio. Perché “tanto più noi”? Perché lo possiamo fare. Il Signore infatti afferma anzitutto: ”Come io vi ho amati…”. Lo dà per scontato, ci ha amati davvero. E non cesserà mai di farlo, tanto che l’apostolo Giovanni (nell’Apocalisse) non trova titolo più eloquente di questo per parlare di Gesù Cristo: “Colui che ci ama” (1,5). Ora tutti sanno, a partire dall’esperienza di famiglia, che l’essere amati da piccoli è il presupposto per poter amare da grandi. Ebbene, qualcosa di analogo accade nell’esperienza cristiana: ci ha amati e ci ama a caro prezzo Gesù Cristo. Di cos’altro è prova quel pane deposto sulle nostre mani la Domenica quando partecipiamo all’Eucaristia? È lui, c’è la sua vita in quel pane. E non è amore questo? Non è un amore eccezionale e sempre nuovo?
Certo, proprio perché eccezionale e divino, non si impone, non costringe alcuno ad accettarlo: si offre, si dona. Lo si può perfino rifiutare. Dio ne sa qualcosa a tale riguardo: tutta la storia che ha fatto con l’umanità è un’avventura d’amore continuamente offerto e non di rado rifiutato. Ma è un rifiuto che si paga sulla propria pelle: chi non si lascia amare, non saprà mai amare a sua volta.
Senza Eucaristia, senza la carica che ci dà quel Pane, nessuno si illuda di poter amare sempre, soprattutto quando l’amore costa sacrificio. Le nostre risorse personali in questo campo fanno presto ad esaurirsi, e hanno comunque un voltaggio piuttosto basso. No, se Gesù non ci dà la sua carica, non è possibile amare come lui. E allora il mondo, e la gente attorno a noi, potrà forse riprendersi dalla crisi economica e restare o tornare ad essere benestante, ma non per questo felice e meno stressata. In ogni caso, accolto oppure rifiutato, il Signore Gesù non si smentisce, non viene meno alla parola data: ogni Domenica è fedele all’appuntamento, e la carica per amare come lui ce la dà davvero. Pertanto ha tutto il diritto di dirci: “Ora amatevi anche voi come vi amo io: ne siete capaci. Questa è la missione che vi affido: il mio comandamento sempre nuovo!”.