Ripristinata la festa nazionale per San Francesco il 4 ottobre

Che Francesco d’Assisi fosse il patrono d’Italia non è una novità. Ma ora una legge della Repubblica, “al fine di celebrare e di promuovere i valori della pace, della fratellanza, della tutela dell’ambiente e della solidarietà, incarnati dalla figura di san Francesco d’Assisi”, ripristina la festa nazionale, da celebrarsi il 4 ottobre di ogni anno.  

Già quest’espressione – “festa nazionale” – alle nostre latitudini non rappresenta nulla di scontato. Ciò dipende in particolare dal significato che si dà al concetto di “nazione”. Spesso si usa questa parola come sinonimo di Stato. Ad esempio, se un’associazione è “nazionale” significa che opera su tutto il territorio dello Stato italiano. Anche la parola “nazionalità” è usata come equivalente di “cittadinanza”. Il tale ha la “nazionalità italiana”, cioè è, giuridicamente, cittadino italiano.  

Un secolo fa e più invece, proprio nel nostro Tirolo, le “nazionalità” erano quelli che oggi chiamiamo gruppi linguistici o gruppi etnici. Lo stesso si può dire per la “nazione” che, nel senso che questo termine ha assunto nell’800, di per sé non è l’insieme dei cittadini dello Stato (che possono essere di diversa cultura e lingua) ma – secondo treccani.it – “il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica”.  

Questa idea di nazione, che è un costrutto ideologico, sta alla base dei nazionalismi, origine di gran parte delle guerre degli ultimi due secoli (non della pace e della fratellanza). Quando la Presidente del Consiglio – ad Assisi lo scorso 4 ottobre – definisce il Poverello “una delle figure fondative dell’identità italiana, forse la principale” sottolineandone il contributo allo sviluppo della lingua italiana – “Una missione culturale che svela ancora oggi la sua potenza, la sua unicità” – fa riferimento proprio a questo concetto di nazione, anacronistico, se riferito a Francesco, e certamente del tutto estraneo alla sensibilità dell’uomo che – reduce dalle guerre intercomunali intrise di sangue campanilista – avrebbe potuto ammansire anche il lupo identitario.  

“La sua spiritualità ha attratto e ha affascinato generazioni di italiani, ispirando alcuni dei più grandi uomini di cui la nostra Nazione può fregiarsi”. “Ha incarnato la summa di quel genio che rende il nostro popolo un unicum, ammirato e apprezzato nel mondo”. Così la premier.

Un suo predecessore, nel novembre del 1925, guardando al settimo centenario della morte di san Francesco, aveva detto: “Il più alto genio alla poesia, con Dante; il più audace navigatore agli oceani, con Colombo; la mente più profonda alle arti ed alla scienza, con Leonardo; ma l’Italia, con San Francesco, ha dato anche il più santo dei santi al cristianesimo ed all’umanità”. Aggiungeva, riferendosi ai viaggi missionari del santo: “La Nave, che porta in oriente il banditore dell’immortale dottrina, accoglie sulla prora infallibile il destino della stirpe, che ritorna sulla strada dei padri. Ed i seguaci del santo che, dopo di lui, mossero verso Levante, furono insieme missionari di Cristo e missionari di italianità”.

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