Social media, rabbia e odio come esche per aumentare visibilità e profitti

Negli ultimi tempi si sente parlare sempre più spesso di “rage bait”, termine inglese che significa letteralmente “esca per la rabbia”. Qualche settimana fa, l’Università di Oxford l’ha indicata come parola dell’anno per il 2025 e si riferisce a quei contenuti su internet costruiti apposta per farci arrabbiare: frasi provocatorie, titoli esagerati, opinioni espresse in modo estremo. L’obiettivo non è quello di informare, ma quello di suscitare una reazione emotiva e quando qualcosa ci indigna, siamo portati a commentare, condividere o rispondere di impulso.

Nei social questo meccanismo è particolarmente efficace, perché ogni interazione aumenta la visibilità dei contenuti e aumenta il profitto di chi controlla le piattaforme. Sono gli algoritmi a scegliere i post e a rendere visibili soprattutto quelli che alimentano angoscia, sdegno, rancore. La rabbia diventa, insomma, lo strumento più efficace per la diffusione dei messaggi. Ma c’è anche un effetto più ampio: il “rage bait” consolida una visione del mondo chiusa e contrapposta, trasforma il dialogo in scontro permanente. Rafforza il consenso tra i propri seguaci e scava un fosso sempre più ampio e più profondo con tutti gli altri. Tutto ciò non riguarda più solo internet.

Questo stile comunicativo sta influenzando anche i giornali, i talk show, la pubblicità e persino il linguaggio politico. I messaggi diventano più urlati, semplificati, spesso contrapposti in modo netto, una polarizzazione che divide il mondo tra amici e nemici, dove il confronto cede il passo al disprezzo verso tutti coloro che non la pensano come noi.

Un’informazione, insomma, sempre più urlata e meno rispettosa, costruita per rafforzare le identità piuttosto che definire i campi di dialogo. Papa Francesco, lo scorso anno, nel messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, era stato molto chiaro nel chiedere di “disarmare la comunicazione”: “Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio. Troppe volte essa semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive; usa la parola come una lama; si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire. Vediamo tutti come – dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social media – rischi di prevalere il paradigma della competizione, della contrapposizione, della volontà di dominio e di possesso, della manipolazione dell’opinione pubblica”. Una preoccupazione condivisa da papa Leone che nel suo primo incontro con i giornalisti ha ricordato come oggi una delle sfide più importanti sia quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla “torre di Babele” in cui talvolta ci troviamo. “La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto. E guardando all’evoluzione tecnologica, questa missione diventa ancora più necessaria. Penso, in particolare, all’intelligenza artificiale col suo potenziale immenso, che richiede, però, responsabilità e discernimento per orientare gli strumenti al bene di tutti, così che possano produrre benefici per l’umanità”.

Una sollecitazione che è oggi ripresa dal titolo (“Custodire voci e volti umani”) della 60° Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali: “L’intelligenza artificiale può generare contenuti accattivanti ma fuorvianti, manipolatori e dannosi, replicare pregiudizi e stereotipi presenti nei dati di addestramento, e amplificare la disinformazione simulando voci e volti umani”. Una sollecitazione all’uso consapevole degli strumenti dell’intelligenza artificiale che era già stata al centro del Messaggio della Giornata 2024 (“Intelligenza artificiale e sapienza del cuore: per una comunicazione pienamente umana”) e che oggi viene ribadita con forza: “Un’eccessiva dipendenza dall’IA indebolisce il pensiero critico e le capacità creative, mentre il controllo monopolistico di questi sistemi solleva preoccupazioni circa la centralizzazione del potere e le disuguaglianze”.

Un triplice riferimento (pensiero critico, controllo monopolistico e diseguaglianze) che sembra aver guidato anche la redazione di “Time” nel decidere di assegnare la tradizionale copertina di fine anno proprio “agli architetti dell’intelligenza artificiale”. Otto dei più importanti super-manager del tech americano vengono raffigurati seduti sulla trave del grattacielo in costruzione come nella iconica foto “Pranzo in cima a un grattacielo” scattata nel 1932 durante la costruzione del Rockefeller Center a New York. Ma nella foto, cento anni dopo, non vengono più raffigurati anonimi manovali che assemblano la materia, ma sono – come ha commentato Paolo Benanti – “demiurghi che assemblano la cognizione. Questa immagine è il perfetto correlativo oggettivo della nostra epoca: un’oligarchia tecnocratica seduta nel vuoto, priva di reti di sicurezza, che banchetta sul futuro dell’umanità mentre noi, dal basso, osserviamo con il collo teso, in bilico tra la vertigine e la preghiera”.

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