I bambini con la mamma nei primi mille giorni

Lo spunto

E’ arrivato fino all’esame del Consiglio il disegno di legge di Vanessa Masé che propone di integrare fra loro gli attuali percorsi del nido (1-3 anni) e della scuola materna (3-6 anni). Il tema è complesso e ha incontrato la forte resistenza delle educatrici dell’infanzia, promotrici anche di una petizione popolare che chiede alla Provincia di fermarsi, di non confondere il ruolo educativo con quello ricreativo. Le minoranze consiliari hanno schierato 800 ordini del giorno che prospettano di bloccare a tempo indeterminato il disegno di legge. La proponente getta acqua sul fuoco e chiarisce che nessuna fuga in avanti è nelle intenzioni della maggioranza, mentre – questo sì – non si vuole restare indietro rispetto a una innovazione in avanzamento anche a livello nazionale.

(Consiglio Provinciale Cronache 284, aprile 2023)

Il problema che la proposta di legge sugli asili nido solleva è fondamentale, va oltre le leggi, oltre la politica e investe la stessa natura umana, la crescita della personalità dei bambini, il futuro sociale di tutti noi. Dai primi anni di vita dipende infatti come bambini e bambine diverranno uomini e donne: di pace o di violenza, di generosità o prepotenza?

Abbiamo raccolto un po’ di informazioni, che forse meritano di essere condivise.

L’aspetto stridente, quello che suscita maggiori dubbi e polemiche, è proprio l’ “integrazione” fra asili nido e scuola materna che la legge del consigliere provinciale Masé prevede. E poco importa che essa possa riferirsi anche a esperienze nazionali, posto che di questi tempi, viste le scelte sempre più “razionalizzanti” ma riduttive sulla scuola, queste non possono comunque essere prese a modello. Meglio tener conto della lunga e positiva tradizione tridentina in materia e semmai delle legislazioni internazionali più avanzate. Perché il bambino non è una “tabula rasa” da riempire con nozioni e insegnamenti, né una presenza da custodire o immettere anzitempo nel “calderone – melting pot” sociale, ma è una personalità che cresce, che inizia a formarsi ancor prima della nascita, fin dal concepimento, che poi si evolve attraverso varie fasi e passaggi … la gravidanza, la simbiosi con la madre, l’affettività premessa di ulteriori tappe verso l’adolescenza, la conoscenza, le relazioni.

Il carattere si forma per gradi fino alla maturità sulla base di un originario Dna, poi modificabile e modificato nei suoi geni dai successivi ambienti che lo influenzano, dagli stimoli esistenziali che gli vengono trasmessi e che si riflettono nei successivi comportamenti una volta che il bambino sarà cresciuto: interiorità o aggressività, generosità o bullismo, umanità o prepotenza.
Per comprendere questo percorso occorre tener conto che il patrimonio ereditario che il bambino ha ricevuto dai genitori e custodisce nel suo Dna (23 cromosomi della madre e 23 del padre) non è fisso e immutabile, ma pur senza alterarne la sequenza, può vedere modificati i geni (che sono oltre 20 mila) veicolo delle funzioni e reazioni vitali. Le gioie e gli stress che attraverso la madre bambini e bambine provano fin dal concepimento lasciano tracce profonde, e così avviene per la madre, in simbiosi con la vita che sente in sé non solo durante la gravidanza, ma anche nei primi mesi (per due anni circa) dopo la nascita. La madre accoglie la presenza del figlio/figlia in un profondo scambio (a volte anche attrito!) che la influenza e la cambia. Gli antichi (ed anche le nostre nonne) lo sapevano bene e da pochi anni l’ “epigenetica” (dal greco “sopra” la genetica) l’ha confermato scientificamente. L’epigenetica è davvero la “scienza nuova” che con studi ed esperienze in tutto il mondo sta completando e valorizzando la fondamentale scoperta del Dna. I geni non sono immutabili, ma si modificano, modificando i messaggi e i comportamenti di cui sono veicolo.

Questo comporta alcune conseguenze per il discorso che qui interessa. La prima – come scrive il dottor Dino Pedrotti, il pediatra che ha portato la neonatologia trentina ai vertici mondiali – è che i primi anni di vita, in rapporto con la madre (anche adottiva) non sono per il bambino solo di crescita, ma di costruzione di personalità. E che i suoi geni possono subirne le conseguenti modifiche, così che il dialogo attivo madre-figlio può migliorare fin dalla gravidanza l’espressione dei geni del Dna del figlio, le basi della sua futura personalità, o peggiorarla. Questo significa (secondo punto) “che la prima scintilla d’amore fra madre e figlio scocca quando la madre sente il primo messaggio del figlio annidato in lei. è questo amore il motore della vita e da questo partono – e poi si prolungano come l’epigenetica ha dimostrato – le prime risposte che possono aiutare una crescita positiva (o non positiva) del Dna-carattere del figlio. Le fondamenta di una personalità si pongono nei primi anni di vita e i primi “Mille giorni” (tre anni a partire dal concepimento) sono decisivi. In questo periodo la piccola vita riceve i suoi primi messaggi d’amore (o di disagio) dalla madre durante la gravidanza e a sua volta ritrasmette amore, ma al tempo stesso lo richiede nei primi anni.

Scrive Dino Pedrotti: “La mamma umana è cosciente di dover dialogare in prima persona con il figlio anche dopo il parto a soddisfare le sue richieste e i suoi bisogni, di cibo, ovviamente, ma soprattutto di affetto, di “coccole”. Tutto sulla base del Dna. Il neonato è nato per vivere e per amare e fino ai 2-3 anni le mamme sono state sempre punto di riferimento per i figli fino a che essi elaborino una dimensione sociale. I “mille giorni” quindi devono essere gestiti in modo diverso dagli anni successivi, curando la dimensione e la crescita affettiva, il rapporto con la madre o una figura materna. Non a caso in paesi come la Svezia le mamme possono stare vicine ai loro bambini per tre anni (dal concepimento) non per poche settimane. Poi verranno gli apprendimenti di manualità, percezione di sé, musicalità, relazioni di socialità, introduzione alla scolarità, tenendo sempre presente che di “e-ducare” si tratta, trarre da “dentro il bambino” il suo patrimonio di vocazioni e predisposizioni, evitando che vada disperso, non riempire la sua piccola mente come un sacco di nozioni. Conseguenza? Meglio tener separati i “mille giorni” degli asili nido, dagli anni successivi della scuola materna.

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