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Il termine ricorre 101 volte nel Nuovo Testamento

Buona strada!

Nel Nuovo Testamento si parla di strada come luogo fisico, ma anche di strada come simbolo esistenziale.

Parole chiave: strada (78), Vangelo (512)

Gli evangelisti paragonano spesso la vita a un cammino, più o meno impegnativo. Il termine ricorre 101 volte nel Nuovo Testamento

La cattedrale di San Paolo ad Abidjan (Costa d'Avorio). Foto Gianni Zotta.

La cattedrale di San Paolo ad Abidjan (Costa d'Avorio). Foto Gianni Zotta.

101. Non è semplicemente il numero dei simpatici cuccioli di Dalmata la cui carica è narrata in un famoso cartone animato, ma sono le occorrenze in cui nel Nuovo Testamento si trova il termine greco hē hodós, che possiamo tradurre con «la strada, il cammino, la via». È una parola che normalmente descrive una realtà ben conosciuta, ma che allo stesso tempo diventa anche una metafora della vita e per la vita, che spesso viene paragonata a un cammino, più o meno impegnativo. E nel Nuovo Testamento il termine strada viene utilizzato in ambedue i sensi: si parla di strada come luogo fisico, ma anche di strada come simbolo esistenziale.

Tutti gli evangelisti sono concordi nel far precedere l’inizio della missione pubblica di Gesù da un chiaro invito a preparare la via del Signore (cf. Mt 3,3; Mc 1,3; Lc 3,4; Gv 1,23), segno evidente che la strada giocherà un ruolo importante nella vita del figlio di Dio. Infatti per Gesù, che nel Vangelo secondo Giovanni dichiara all’apostolo Tommaso di essere «la via» (14,6), la strada è il luogo usuale e il tempo opportuno per la formazione e la predicazione.

La strada diventa momento di gioia (Mc 10,52: un cieco viene guarito) e di pianto (Lc 7,13: una vedova accompagna il figlio morto), di accoglienza festosa (Gv 12,13: Gesù entra a Gerusalemme) e, paradossalmente, di solitudine drammatica (Mc 8,32: Pietro rimprovera Gesù). È lungo la strada che Gesù insegna ai suoi discepoli, guarisce i malati, annuncia il Regno di Dio alla gente; infine, dopo la risurrezione, sulla via verso Emmaus, Gesù si rivela ai suoi facendo ardere il loro cuore (cf. Lc 24,32).

E così la strada diviene scuola, “ospedale”, momento di condivisione e occasione di crescita e di maturazione nella fede.

Gesù ama «fare strada»: da un lato mostra con chiarezza la via, dall’altro la percorre per primo con determinazione e passione.

Il Signore non si limita a indicare la strada ai suoi, con un generico «per di là», ma la percorre insieme a loro, non solo additando la meta, ma divenendone precursore che mostra il «per di qua» camminando verso quell’orizzonte ultimo che è la croce, simbolo paradossale di verità e di vita.

La strada per eccellenza, quella che muove e orienta, quella che caratterizza e accomuna i discepoli di ogni tempo, è la via crucis, luogo fisico e metafora della vita, cammino non facile che destabilizza, ma «potenza di Dio » (1Cor 1,18) che dà significato pieno all’esistenza, perché la croce diventa la strada maestra verso il Paradiso (cf. Lc 23,43).

E la strada che porta al Golgota è la medesima che attraversa il giardino del sepolcro e continua «fino ai confini della terra» (At 1,8). Negli Atti degli apostoli infatti i discepoli di Gesù, prima ancora di essere chiamati «cristiani» (cf. 11,26), sono appellati come «quelli della via» (cf. 9,2), cioè gente che appartiene a quella «Via» che è Gesù Cristo, ma che allo stesso tempo percorre le tante e differenti strade del mondo per annunciare, testimoniare, aiutare.

La strada, hē hodós, diventa così l’immagine più bella per descrivere lo stile del cristiano che sull’esempio di Gesù è chiamato a fare strada per diventare strada, buona strada.

don Stefano Zeni

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