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Colloquio ai microfoni di radio Trentino inBlu con un protagonisti dell'impegno per la pace

“Il mio Pakistan così instabile”

La testimonianza di Paul Bhatti, già ministro, fratello del cristiano ucciso Shahbaz: “Il suo martirio non è stato vano”

Parole chiave: territorio (17062)

In anteprima la testimonianza di Paul Bhatti, già ministro, fratello del cristiano ucciso Shahbaz: “Il suo martirio non è stato vano”

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Poter ascoltare dal vivo l'esperienza umana di Paul Bhatti - già ministro dell'armonia e delle minoranze in Pakistan - ci offre l'opportunità di aprire lo sguardo sulle dinamiche sociali, politiche e religiose che affliggono il Pakistan, stretto nella morsa del radicalismo islamico, dell'analfabetismo e della povertà. In questa terra martoriata dal terrore e dalle persecuzioni delle minoranze religiose, suo fratello Shahbaz, ucciso nel 2011, ha lasciato in eredità un seme di pace. L'intervista a radio Trentino inBlu con il dott. Paul Bhatti anticipa alcune riflessioni del suo atteso incontro a Trento.

L'incontro

Venerdì 16 febbraio alle ore 20 a Trento nella chiesa di San Pio X parlerà Paul Bhatti, già ministro dell'armonia e delle minoranze in Pakistan e fratello di Shahbaz Bhatti, ucciso il 2 marzo 2011. L'incontro pubblico è stato voluto da Centro Missionario e Pastorale Sociale dell'Arcidiocesi in collaborazione con le parrocchie di San Pio X e San Giuseppe.

“Il Pakistan – premette Bhatti - è un Paese dove discriminazioni, terrorismo, fanatismo hanno raggiunto i livelli più alti nella storia dell'umanità, dove si uccide e si muore per una ideologia folle, di morte”.

Ma come si è arrivati a questa situazione?

Una recrudescenza si è registrata con l'invasione sovietica in Afghanistan, seguita dalla lotta al terrorismo della comunità internazionale contro i talebani e Osama Bin Laden, che ha generato la fuga di oltre 2 milioni di afghani in Pakistan, tra i quali si sono infiltrati tanti fondamentalisti, soprattutto nella parte più povera del nord. Negli anni sono cresciuti con una organizzazione ramificata, l’appoggio di altri Paesi e luoghi dove si insegna l'islam radicale, l'odio contro l'Occidente, che coinvolge i cristiani stessi.

Perché in Pakistan l'estremismo si alimenta anche tra i banchi di scuola...

C'è una serie di scuole coraniche clandestine piene di giovani, addirittura bambini di 4-5 anni, diseducati con messaggi che istigano all'odio contro l'umanità, pronti a morire e uccidere in nome di un'ideologia imposta. Sono vittime di manipolazione, poveri innocenti a cui è stato tolto il diritto allo studio. A mio avviso, vanno trovate soluzioni concrete, altrimenti il fenomeno sarà difficile da controllare.

Quali soluzioni?

Innanzitutto la lotta all'analfabetismo e alla povertà, fattori che alimentano appunto l'estremismo e l'intolleranza. Bisogna poi promuovere occasioni di dialogo interreligioso e di conoscenza reciproca, identificare insieme le cause di base di questa violenza, nella ricerca di ciò che unisce e non ciò che divide.

Quali valori in comune hanno le diverse fedi?

Il valore della persona, e quindi il rispetto della vita. Nessuna religione permette di uccidere o morire in nome di Dio, e i terroristi strumentalizzano la religione per imporre la loro ideologia. L'unica competizione tra le fedi dovrebbe essere tra chi ama di più il prossimo sofferente, chi difende gli oppressi, i perseguitati, gli emarginati.

E' stato l'approccio politico di suo fratello, spinto da un puro anelito evangelico...

Un campione di umanità nel suo impegno politico! Durante il suo Ministero, cito solo alcuni esempi, ha combattuto per una riforma della legge sulla blasfemia ed ha ottenuto luoghi di preghiera nelle carceri anche per i non islamici; in occasione del terremoto del 2005 con i fondi europei ha costruito una scuola per gli orfani in cui più del 90% dei bambini sono musulmani...Era amico di tutti, aveva una visione universale.

Cosa resta del suo sacrificio?

Non è stato vano. Ha acceso una luce di speranza sulla causa della libertà religiosa, della convivenza pacifica e della giustizia ai più deboli; una carica molto forte per i nostri giovani pakistani, ma anche per quelli che vivono in Occidente, ispirati dall'esempio di una fede vissuta fino all'ultimo respiro, fino al martirio. Il mondo intero, gli stessi musulmani hanno percepito questo amore.

Intanto, però, i cristiani continuano a subire persecuzioni, attacchi alle chiese, accuse di blasfemia..

La situazione dei cristiani e delle altre minoranze religiose (sik, indù, parsi, ma anche gruppi islamici come gli sciiti), la fascia più debole della società, è direttamente proporzionale alla situazione generale del Pakistan. Più è alta l'instabilità, più aumenta la violenza. E oggi, purtroppo, il Paese è instabile sul piano politico, economico e sociale. Per cui mancando un programma a lungo termine, anche le azioni da parte del governo e dei militari non bastano.

In che modo, Lei dottor Bhatti continua l'impegno a difesa delle minoranze religiose?

Con l'Alleanza di tutte le minoranze del Pakistan collaboriamo con molti mussulmani, abbiamo formato un'associazione di avvocati coraggiosi e influenti in difesa delle cause dei più deboli, raccogliamo fondi all'estero per borse di studio, opere di promozione sociale ed educativa, incontri con leaders religiosi, imam, con chi è motivato per il cambio di rotta ...Ci vorrà del tempo per sconfiggere l'ideologia del male, ma i primi passi stanno portando risultati.

Come può aiutare l'Occidente?

Vanno rafforzati i progetti di collaborazione internazionale, promossi i dibattiti e scambi per diffondere una cultura di tolleranza e fraternità; più persone conoscono, tante più capiscono che la lotta contro il terrorismo è una minaccia comune, non si limita al Medio Oriente, ma coinvolge anche l'Occidente, l'Europa.

E' ottimista. Da dove ripartire, quindi, per costruire la pace?

La pace si costruisce partendo da dentro di noi, dalle nostre azioni quotidiane. Sì, sono molto fiducioso che questa ondata di violenza possa finire, mio fratello Shahbaz ripeteva che la strada del paradiso parte dal Pakistan e che essere dalla parte di chi soffre, non è un'opzione, ma un dovere.

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