Somalia, la Fao resiste

La situazione nel Paese oscilla tra desiderio di stabilità e squilibri istituzionali e sociali

Situazione estremamente mutevole in Somalia, tra stabilità desiderata e squilibri istituzionali e sociali. Situazione statale pirandelliana, tra forma e sostanza, quando la forma assume i connotati di un minimo di vivibilità e la sostanza invece presenta ancora tutti gli ingredienti del caos. Se da un lato i somali della diaspora rientrano dall’estero e i piccoli commerci brulicano insieme ai lavori edili, segno di una voglia di ripresa economica desiderata da tanti, dall’altro l’estremismo islamico che ha messo a ferro e fuoco il territorio somalo in tutti questi anni è lì ancora vivo e forte sotto la cenere, si tratti dei qaedisti pachistani o dei nigeriani di Boko Haram. Fatto sta che i famigerati Shabab costituiscono a tutt’oggi una pesante remora per un deciso avvio della Somalia ad una transizione democratica attesa e agognata.

E’ dalla caduta del presidente-dittatore Siad Barre – e sono trascorsi tanti anni da allora, più di venti – che questo territorio è oggetto di uno scontro, interno ed esterno, senza precedenti, prima tra i vari “signori della guerra” e poi delle milizie islamiche integraliste shebab. E non a caso si è parlato a più riprese della Somalia come di uno Stato-non Stato, di una “guerra di tutti contro tutti” con la società civile sballottata e impotente nonostante i numerosi sforzi dei cittadini per trovare un po’ di normalità. L’organizzazione internazionale umanitaria “Medici senza frontiere” ha dovuto, suo malgrado, alzare bandiera bianca e – dopo un lavoro ininterrotto durato 22 anni – andarsene, stremati tutti dalla crescente violenza di autorità e milizie.

La Fao invece tenacemente resiste. Soprattutto per superare la ciclicità delle carestie dovute alla siccità, retaggio storico di tutto il Corno d’Africa. L’economista italiano Luca Alinovi che dirige l’Unità di sicurezza alimentare della Fao in Somalia, si propone un ambizioso programma. Volto non solo a superare le emergenze ma anche teso a pianificare un futuro migliore con investimenti non trascurabili in agricoltura. “La priorità è ovviamente sfamarli. Ma appena qualcuno può lavorare lo invitiamo ad aderire al programma Work for Cash, che dà denaro in cambio di compiti proporzionati allo stato di nutrizione”. Si distribuiscono anche fertilizzanti, bestiame e buoni per l’uso di trattori e di pompe idrauliche. Così circa un milione di somali ha potuto ricevere 18 dollari alla settimana con l’impegno di spenderli nei mercati nell’acquisto di sementi e nel lavoro dei campi per avviare un processo graduale di autonomia e di autostima lavorativa (è molto facile, infatti abituarsi a ricevere gratis e ad essere quindi totalmente dipendenti perché assistiti!).

Luca Alinovi è entusiasta di questo compito nonostante le innumerevoli difficoltà, non rimpiange certo la prospettiva che avrebbe avuto in Europa, in qualche centro-studi come economista: “Nulla vale come l’abbraccio di un contadino a cui abbiamo appena consegnato i mezzi per ricominciare a sfamare i suoi figli!”.

Tutto questo lavoro propositivo e di sano sviluppo in un contesto che rimane difficilissimo e di continuo affronto all’economia legale: la Somalia rimane infatti uno sterminato mercato dove transitano armi e munizioni da tutto il mondo con gli enormi guadagni che ne derivano, simbolo devastante di uno statoLuca Alinovi nello Stato, del fiorire di un’economia illegale che non permette affermazione e risultanza di quell’altra economia basata sulla fatica quotidiana delle singole, irripetibili, vite.

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