L’ultimo treno?

La speranza per il più grande paese musulmano del mondo, l’Indonesia, ha il volto di Joko Widodo, vincitore a sorpresa delle ultime presidenziali

Si riaffaccia una speranza per il più grande paese musulmano del mondo, l’Indonesia. Stavolta ha il volto tranquillo di Joko Widodo – chiamato Jokowi – uno che ha vinto le ultime elezioni presidenziali quando pochi se l’aspettavano. Il fatto è che Jokowi non è un politico di professione, ha conosciuto un’infanzia e un’adolescenza non facili nella provincia di Giava e rappresenta una specie di self-made man, qualità molto apprezzata dalla gente, un personaggio, insomma, che ha saputo realizzarsi grazie alla sua inventiva e intraprendenza.

Un’attività imprenditoriale nel settore della lavorazione del legname – seguito naturale dei suoi studi in scienze forestali – con successivo business nell’export, gli ha permesso non solo di aver un discreto successo economico personale ma anche di maturare una convinta sensibilità nell’universo ecologico, cosa che non guasta in quel vastissimo arcipelago di migliaia di isole a serio rischio di graduale ma inesorabile devastazione.

Stiamo parlando di una nazione di ben 250 milioni di persone – in rapida crescita demografica – la gran parte delle quali ancora intrappolata nelle maglie della povertà e desiderosa di riscatto sociale.

La circostanza che Jokowi abbia stravinto sul temibile avversario legato mani e piedi al vecchio establishment politico-militare che ha dominato la scena indonesiana negli ultimi decenni – eccetto qualche spiraglio “democratico” come quello dell’anziano e cieco ma lungimirante Wahid – la dice lunga sull’impatto che Jokowi ha avuto sull’opinione pubblica vogliosa di un vero cambiamento nella direzione della “cosa pubblica”.

Non spaventa la risicata presenza in parlamento dei suoi, donne e uomini, che si ritrovano in minoranza ma destinati a crescere a dismisura alle prossime elezioni legislative se Jokowi darà prova di credibilità con misure davvero atte al cambiamento e non alla conservazione dello status quo. Un parlamento che in questo momento si conferma cassa di risonanza delle lobbies economiche dominanti più che organo della rappresentanza popolare e che insieme alle Forze armate tutela gli interessi di pochi a scapito dei moltissimi che si arrabattano per mettere assieme due pasti al giorno.

La sfida che spetta al nuovo presidente, che qualcuno ha già paragonato ad Obama, appare improba ma non impossibile. Dare all’Indonesia una nuova identità nazionale capace di inglobare le diversità delle etnie; attuare una politica di redistribuzione del reddito attraverso una fiscalità più equa; togliere il terreno sotto i piedi ai rigurgiti del fondamentalismo islamico, presente ma non preponderante su una parte del territorio.

“Per me la democrazia è ascoltare la gente e fare ciò che si aspettano da me”, è il leitmotiv di quest’uomo dall’aria solo apparentemente dimessa e dal sorriso aperto e gioviale. Grandi sfide lo attendono. “Non c’è problema creato dall’uomo che gli uomini non possano risolvere”, è stato il suo motto vincente.

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