Quel Fiore reciso sull’Appennino

Merito dell’ostinazione di Giuseppe Vezzoni, storico autodidatta, e dell’appassionata ricerca di Graziella Menato

E’ stato presentato sabato 11 ottobre presso la sala conferenze di palazzo Gallo a Castello Tesino un libro (All’alba di Sant’Anna di Giuseppe Vezzoni con Graziella Menato) che finalmente – dopo quasi 50 anni di dimenticanza – rende giustizia alla nobile figura di un prete originario proprio del Tesino, don Fiore Menguzzo. Don Fiore venne ucciso di prima mattina il 12 agosto 1944 a Mulina di Stazzema dove era parroco, insieme al padre, alla sorella, alla cognata e a due nipoti che erano ospitati nella canonica. Aveva solo 28 anni. Il suo martirio e quello dei suoi famigliari è stato, per così dire, il triste prologo di quella che si verificò poche ore più tardi, la più conosciuta strage di Sant’Anna di Stazzema, nell’Alta Versilia.

Si deve alla tenacia e all’ostinazione di Giuseppe Vezzoni, toscano verace, storico autodidatta, e all’appassionata ricerca di Graziella Menato di Castel Tesino il fatto che si sia potuta ricostruire la vicenda a suo modo esemplare di questo sacerdote assassinato semplicemente per essere stato accanto alla sua gente fino alla fine con slancio e con generosità. Vezzoni ha dovuto scontrarsi con innumerevoli difficoltà di ogni tipo, non solo burocratiche, ma omertose di varia natura; un lavoro di scavo e di ricerca che è durato ben 23 anni. Menato ha reso omaggio col suo lavoro a questo “figlio del Tesino” il cui genitore faceva l’arrotino ed era emigrato in terra toscana con la famiglia.

Don Fiore era stato cappellano in Albania e poi internato in un lager in Germania da cui aveva potuto rimpatriare a seguito di una polmonite-pleurite contratta.

Sono numerose le testimonianze raccolte da Vezzoni che attestano come don Fiore fosse molto vicino alla Resistenza che conciliava con la sua azione di religioso e di guida spirituale per i tanti sfollati della piana della Versilia che cercavano riparo tra le montagne. Ciò non gli impediva di soccorrere, all’occorrenza, anche qualche soldato tedesco ferito e bisognoso di cure: la pietas umana e sacerdotale metteva al primo posto la persona umana, pur avendo ben chiara la scelta compiuta dalla parte delle vittime e degli inermi.

Lungo la mulattiera per Farnocchia, il corpo colpito di don Fiore rimase abbandonato e incustodito per giorni sotto il sole d’agosto; essendo inavvicinabile, verrà poi cremato sul posto.

Scrive Giuseppe Vezzoni a conclusione della sua ricerca: “Siamo giunti alla fine di un viaggio, e il clamore di questi ventitré anni sembra sparire nel silenzio appagante in cui mi ritrovo ogni volta che salgo alla solitaria croce lungo la mulattiera di Farnocchia. Quella croce ha segnato profondamente la mia vita e mi ha donato la forza e la determinazione di scavare via dalla spessa coltre dell’oblio un crimine contro l’umanità del quale era stata negata la conoscenza”.

E in nome e nel ricordo di don Fiore e dei suoi familiari Antonio, Claudina, Teresa, Graziella ed Elena, tutte vittime innocenti, Sandro Schmid, Presidente dell’Anpi del Trentino, conclude la sua prefazione al libro: “Don Fiore ci incoraggia tutti non solo a ricordare e a trasmettere la memoria, ma ad impegnarci perché da essa rinasca una lotta quotidiana per la pace, la fratellanza umana e la giustizia sociale”.

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