Dopo il semestre italiano…

Renzi ha concluso martedì il semestre italiano di presidenza della UE con un discorso a braccio, secondo il suo costume, davanti al Parlamento Europeo a Strasburgo. Non si può dire che l’evento abbia avuto una grande eco: ovviamente ne hanno dato tutti notizia, ma non è un argomento che trascini l’attenzione del pubblico. Approfittando di questo le solite opposizioni populiste, Salvini e Grillo, sono corse a Strasburgo a fare il loro show, anche se si tratta ormai di sceneggiate di routine che non sfondano.

Ovviamente è triste vedere che in Italia non c’è il minimo di savoir faire istituzionale, perché non ricordiamo la conclusione di altre presidenze di turno che abbiano visto contestazioni interne da parte dei parlamentari del proprio paese. Non sono episodi che serviranno a consolidare la nostra immagine in un contesto di cui pure avremo bisogno in questi anni, ma non sono ragionamenti che possono far breccia in personaggi come quelli che abbiamo citato.

Renzi non è stato particolarmente abile in questa occasione. Il suo discorso può essere diviso in due parti. La prima, la più debole, era in realtà un discorso di politica interna, neppure troppo originale. Viste le molte occasioni che il premier ha di parlare di questi argomenti, non era opportuno che li svolgesse a Strasburgo, per di più dinanzi ad un’Aula assai poco affollata. La seconda parte è stata decisamente migliore, perché Renzi ha una buona capacità retorica e riesce a dare un po’ di pathos ai temi che tratta. Però va subito aggiunto che non erano temi particolarmente originali: no all’austerità, accoglienza ai richiedenti asilo, solidarietà alla Francia toccata dal fanatismo islamista, capacità di integrare le diverse culture altrimenti a disintegrarsi sarà la nostra società, allo stesso tempo orgoglio per la propria identità.

Il tutto detto bene, ma erano argomenti noti che certo non disegnavano un ruolo particolare per la capacità di leadership politica del nostro paese. Temiamo che la smania di parlare a braccio e quindi l’assenza di una adeguata preparazione del dossier (che di necessità è un compito degli staff, cioè di una dimensione che Renzi tende a sottostimare) hanno reso l’occasione poco più che rituale.

Certamente è ingenerosa l’accusa che gli viene fatta di non avere combinato molto nel nostro semestre di presidenza. Nessuno ha mai combinato molto, salvo qualche impennata favorita da circostanze esterne occasionali. La presidenza di turno a rotazione della Unione Europea è una istituzione obsoleta, oggi che c’è un presidente dell’Unione eletto dal parlamento e perfino, in qualche misura, designato indirettamente dal voto (il principio per cui quella carica spetta al raggruppamento col maggior successo alle elezioni). Già non era gran cosa quando il presidente comune non c’era, non da ultimo perché ruotando la carica ogni sei mesi e neppure andando sempre in mani chissà che significative (con tutto il rispetto, a Renzi succede il primo ministro della Lettonia) non si riesce a combinare molto.

Naturalmente quasi ogni paese che ha il turno di presidenza si dà da fare per mettere in piedi qualche evento con portata scenica: vertici, incontri, manifesti comuni. Raramente queste occasioni generano effetti di rilievo. Del resto in un’epoca in cui incontri bilaterali e multilaterali sono continuamente all’ordine del giorno sarebbe difficile non fosse così.

Renzi come altri ha buttato lì qualche critica alla difficoltà di superare le gelosie che ciascuno stato ha per le sue prerogative sovrane, ma sono argomentazioni che si ripetono ciclicamente senza produrre risultati. Anche ora, dopo lo choc degli avvenimenti francesi, si torna a parlare di maggiore cooperazione fra i diversi servizi di sicurezza dei vari paesi europei, ma poi è difficile che ciascuno rinunci ai vantaggi di essere il solo detentore di certe informazioni. Soprattutto quando poi teme che il passarle ad altri significhi farle arrivare al pubblico …

Renzi dunque torna in Italia senza aver tratto grandi vantaggi dal suo semestre alla testa (formale) della UE. Adesso deve misurarsi con il problema, tutt’altro che semplice e tutt’altro che avviato a soluzione, della scelta del successore di Napolitano. Ma per questo da Strasburgo non gli è venuto nessun aiuto, neppure di immagine.

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