“Il coraggio di non avere paura”

“Bisogna avere il coraggio di non avere paura”: con una frase ad effetto l'imprenditore perginese Gianni Orefice della Dial ha ben sintetizzato il tema della serata promossa venerdì scorso al teatro don Bosco dal Decanato di Pergine assieme al Comune, alla presenza di un centinaio di persone.

Si trattava in sostanza della prosecuzione dell'iniziativa proposta nel maggio 2014, quando si era avviato un dibattito sui problemi legati alla crisi generale che ha colpito il nostro Paese e naturalmente anche Pergine. Allora si era parlato delle “Sfide sociali dei prossimi anni nel nostro territorio”. In questa occasione l’accento è stato posto su “Illegalità e crisi economica”, con gli interventi del magistrato Pasquale Profiti, del presidente degli Artigiani Roberto De Laurentis e degli imprenditori Ilaria Vescovi e Gianni Orefice. Il tutto coordinato dal giornalista Paolo Ghezzi, che non a caso è partito dalle forti affermazioni in materia da parte del Papa Francesco e del neo eletto presidente della Repubblica Mattarella.

Una situazione, quella che sta vivendo il nostro Paese, che per Profiti affonda le radici ancora agli anni ’90, quando scoppiò “tangentopoli” e che nel corso del ventennio non è cambiata se non in peggio. Tra i pochi ma efficaci dati portati dal magistrato, spicca quello sui detenuti per reati economico finanziari, che si aggirano sugli 8.600 in Germania e poco più di 150 in Italia; solo lo 0,4% dietro le sbarre contro il 4,1% della media UE. Più bravi gli italiani? Pare proprio di no, vista l’illegalità che emerge ormai quotidianamente dalle cronache. Mancano quindi norme adeguate, ma queste non servono se poi non vengo rispettate.

E la corruzione in Italia costa all’incirca 70 miliardi all’anno, che vengono sottratti alle esigenze quotidiane dei cittadini. Spesso le leggi non vengono fatte nell’interesse di tutta la collettività e la loro applicazione è all’acqua di rose. Basti pensare al fenomeno della prescrizione: noi stiamo discutendo se aumentarne o diminuirne i tempi, ma altrove semplicemente non esiste. Quanto alla crisi, continuiamo a fissarne l’inizio nel 2007, ma è dagli anni Ottanta che l’Italia cresce meno degli altri Paesi europei, sui quali ha perso almeno il 15% di crescita; e la maggior ricchezza prodotta è passata non ai cittadini ma a chi specula in finanza. E gran parte della colpa va attribuita alla corruzione, che tra l’altro uccide anche la democrazia.

Vescovi e De Laurentis si sono trovati d’accordo per puntare il dito contro l’esagerata tassazione che colpisce le imprese che, per difendersi, devono in qualche modo fare i conti anche con la corruzione. Il 68% con cui vengono tassate le imprese è il dato più elevato al mondo, i costi dell’energia sono molto più alti che altrove, la diffusa cultura antimpresa non favorisce un rilancio. Comprensibile che qualche impresa cerchi la delocalizzazione, contribuendo ad aggravare una crisi che dal 2007 ha bruciato 135 miliardi di euro. Cui si aggiunge la fuga all’estero dei cervelli che qui non trovano spazio; lo Stato investe sui giovani (circa 125 mila euro la spesa per l’intero iter scolastico) e poi non può utilizzarne le capacità. È ora di rimettere al centro il ruolo dell’impresa e puntare alla competitività che ormai si misura inevitabilmente a livello mondiale.

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