Il giallo dell’ultimo aereo

L'aereo fu colpito mentre rientrava alla base e cadde vicino a Ravina. Dell'equipaggio, sette morti e quattro superstiti. Un dubbio: c'era anche un clandestino a bordo?

Il 20 aprile prossimo ricorre il 70° anno dell'ultimo aereo alleato colpito nei cieli della Regione. Quattro giorni dopo, il 25 aprile, si festeggiava la fine della guerra e la liberazione dell'Italia dai tedeschi. Il primo bombardamento su Trento si era abbattuto verso le 12 del 2 settembre 1943 seguito da centinaia di altre incursioni con morti e distruzioni fino al termine della Seconda Guerra mondiale, battezzati dagli storici “gli anni delle bombe”. Di quest'ultima operazione militare, ignorata dalle cronache, resta solo un “Rapportino mattinale”, redatto dal responsabile del Comando dei vigili urbani di Trento, datato 21 aprile. L'entusiasmo probabilmente per la fine delle ostilità e la caduta del nazi-fascismo ha distolto l'attenzione dei cronisti da quest'ennesima incursione delle fortezze volanti degli Alleati e dei bombardamenti sulla ferrovia del Brennero e la viabilità principale per bloccare i rifornimenti da nord all'esercito tedesco dall'8 settembre 1943, e bloccare la ritirata negli ultimi mesi di guerra lungo l'asta dell'Adige.

L'aereo era stato colpito verso mezzogiorno da parte della contraerea della Flack appostata nei pressi di Cognola. Si trovava a circa 10 mila metri di altezza ed è esploso in volo sopra i cieli di Trento, dopo aver sganciato il suo carico di bombe su Vipiteno dove erano concentrati uomini e carriaggi del Terzo Reich in disfatta, prossimi a raggiungere il confine con l'Austria. Uno dei testimoni, allora ragazzo Vittorio Andreaus, classe 1932, figura assai nota in campo manageriale e associativo, ha voluto ricostruire l'episodio andando alla ricerca di materiale nelle cronache dell'epoca che si sono completamente disinteressate di questa tragedia costata la vita a sette aviatori americani.

Solo quattro membri dell'equipaggio, di cui uno con una gamba fratturata, riuscirono a salvarsi grazie al paracadute. I sopravvissuti furono arrestati dalla “Gendarmeria”.

Il mattinale indirizzato al Commissario prefettizio (Adolfo De Bertolini) precisa che il 20 aprile erano stati registrati in città cinque segnali di allarme aereo a partire dalle 7.35 fino alle 21.55. Si apprende poi che durante il terzo grande allarme dalle 11 alle 13.15, dalla “locale Flack”, la speciale forza militare antiaerea eretta dai tedeschi con il Cst (Corpo di sicurezza trentino) a difesa dell'Alpenvorland, “è stato abbattuto un apparecchio nemico che è caduto a pezzi fra la località di S. Nicolò e Costa nel sobborgo di Ravina”. Un pezzo d'ala piena di carburante era precipitata sul tetto di uno degli edifici in località S. Nicolò di proprietà della Mensa Arcivescovile, “abitata dal mezzadro Ciurletti Giovanni fu Giuseppe d'anni 69” con alle spalle una famiglia di ben 10 componenti. Furono ridotti in cenere anche una tettoia e un fienile dei “mezzadri Belli Giuseppe fu Giovanni, d'anni 40 e Scandella Modesto fu Vito d'anni 79, causando loro un danno di circa un milione” al foraggio, granaglie, mobili, carri, attrezzi rurali e una vitella.

Sul posto dopo l'allarme sono intervenuti i Vigili del fuoco, la Gendarmeria e la Polizia trentina. “A bordo dell'apparecchio – continua il Rapporto – si trovavano undici persone di cui sette sono state rinvenute morte nella località Costa di Ravina che sono state trasportate alla camera mortuaria del civico camposanto e quattro sono atterrate con il paracadute fra Ravina e Romagnano delle quali tre sono rimaste illese e una ha riportato la frattura di una gamba che sono state tosto arrestate dalla Gendarmeria”.

Al momento della pioggia di corpi e pezzi di velivolo, Vittorio Andreaus, dodicenne, era in casa con la mamma Alice e gli altri tre fratelli. Abitava a due passi da Villa san Nicolò in una delle residenze rurali dei Conti Thun, proprietari di quasi tutta la campagna in località Costa. Suo padre Luigi era l'amministratore della nobile famiglia del ramo dei Thun di Castelfondo.

Andreaus indica ancora con precisione i vari punti dei terreni agricoli, in parte oggi occupati dalle viti, dove sono caduti i corpi degli aviatori creando un piccolo cratere nel terreno appena arato, il posto dove un motore è rimasto avvolto dalle fiamme per 24 ore, la casa al numero 6 di Villa San Nicolò andata a fuoco. Qualcuno di Ravina – confessa Andreaus – era accorso per recuperare oggetti militari anche personali sparpagliati dappertutto. Ricorda che, nascosti dietro le imposte per ore e ore, con i fratelli ha assistito allo scoppio di proiettili incandescenti delle mitragliatrici cadute all'interno dei loro involucri metallici a qualche decina di metri da casa. I necrofori avevano risposto nelle bare i resti delle vittime. Dei feriti arrestati nessuno ha poi saputo alcunchè. A liberazione avvenuta in casa Andreaus era arrivato un ufficiale americano per raccogliere testimonianze e informazioni sui fatti. Nella sua ricerca Vittorio Andreaus è riuscito a recuperare un Rapporto “confidenziale” numero 13815 2565 dal quale risulta data (20 Apr. 1945), ora (12.50), Location “Amendola, Italy”, Command or Air Force 15th A.F., Group 2nd Bomb Group (H), Place of departure (Amendola, Italy), Course See Reverse Side, Target Vipiteno M/Y, Italy e Type of mission Objective Hombing. In base a questo secondo Rapporto americano, stilato pure questo il 21 aprile 1945 gli occupanti dell'aereo risultavano essere 10 e non 11 (come scrissero i vigili urbani), tutti originari degli Stati Uniti, di cui vengono citati nomi, ruoli e Stati di provenienza. E' firmato da William J.Cooper, IR., Captain Air Corps, Intelligence Officer. Il clandestino a bordo? Un giallo.

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