“E’ una scelta strategica e urgente. Per non essere sopraffatti”

“E’ una scelta strategica necessaria e urgente per non essere sopraffatti dalla domanda crescente di welfare, per non ridursi a considerare i diritti sociali una minaccia anziché un motore moltiplicativo delle capacità”. Ha le idee chiare, il prof. Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan, che per prima ha introdotto il concetto di “Welfare generativo”.

Professore, da cosa muove questa proposta?

“Dalla constatazione che l’attuale sistema di welfare non ha prospettive. C’è un razionamento delle risposte, dovuto all’insufficienza delle risorse. La crisi ha funzionato come una lente di ingrandimento: ha fatto vedere che le risposte tradizionali non sono efficaci”.

Perché?

“Perché basate in gran parte su politiche passive. Destiniamo 50 miliardi di euro all’anno all’assistenza. E di questi, il 90 per cento sono forme di trasferimento economico, che non aiutano le persone a uscire dalla povertà, ma a conviverci”.

Vale anche nelle regioni più ricche?

“Nella Provincia autonoma di Trento si destina il triplo di risorse pro capite rispetto al Veneto, in Sardegna il quadruplo. Ma non è che l’abbattimento del bisogno, dell’esclusione è il triplo, il quadruplo”.

E’ un aiuto… che non aiuta.

“E’ un aiuto che non guarisce. E’ un welfare che non valorizza le capacità delle persone e si limita ad assisterle”.

Qual è lo scatto da fare?

“Negli ultimi 25 anni abbiamo provato a correggere questo andamento. Il volontariato organizzato, il Terzo settore in qualche modo hanno rallentato le difficoltà di sostenibilità del welfare. Volontariato e cooperazione sociale attirano più risorse, ad esempio con l’apporto dei soci. E’ quel welfare community che però oggi non ce la fa più”.

E quindi?

“Il welfare moderno ha contribuito a liberare i sudditi, facendoli diventare individui, ma non è riuscito a farli diventare persone”.

Individui che consumano risorse per loro stessi.

“Questo è chiudersi nell’assistenzialismo, senza responsabilità sociale”.

Il welfare generativo scommette sulle capacità della persona. Ma come si può attuarlo?

“Occorre riscrivere, e in questo senso è stato prezioso, al convegno, l’apporto di Emanuele Rossi, l’idea stessa di diritti, portandoli a dividendo sociale”.

In buona sostanza, voi dite, chi riceve dalla comunità, deve restituire alla comunità.

“Ma non solo per una forma di sanatoria di debito: se non c’è un concorso della persona e delle sue capacità, tutto quello che gli viene dato è a perdere”.

Per questo parlate di welfare generativo?

“Se l’aiuto che ricevi non è solo per te, ma è anche per gli altri, in qualche modo ti metti alla prova per affrontare le sfide e non ridurti ad assistito”.

E’ una scommessa sulla persona.

“E’ tutto basato su due idee: primo, io non posso aiutarti senza di te; secondo, il potenziale generativo lo metti tu: perché io – io Provincia, Comune, ente – posso puntare al rendimento delle risorse, ma non alla rigenerazione”.

Quanto è conosciuta, tra i decisori politici, tra gli amministratori, tra gli addetti ai lavori questa prospettiva del welfare generativo?

“Il problema è che le politiche classiche sono: ‘acquisto il tuo consenso’. Dare soldi è un modo per sedare e per comprare consenso, non per affrontare il problema. La verità è che bisogna superare i diritti individuali: i diritti devono diventare, come dice la Costituzione, a dividendo sociale. I politici, se non si va in questa direzzione, dovranno dire: cari cittadini, dobbiamo far soldi col welfare”.

Ci sono esempi di pratiche che vanno nella direzione del welfare generativo.

“In Provincia di Trento, c’è Rovereto che da un anno ci sta provando, non ancora a livello di rapporto con le singole persone, ma a livello di organizzazioni”.

E’ una strada che si può percorrere?

“A quel livello, sì. E’ più difficile con le persone, abituate a chiedere, a ricevere: dal Comune, dalla parrocchia, dalla Caritas…”.

In che modo questa nuova prospettiva interroga le realtà del Terzo settore?

“Per il Terzo settore, mi prefiguro un futuro di logistica della capacità”.

E come sollecita la cooperazione sociale?

“La cooperazione sociale affronta il problema a mezz’aria, mettendo in solidarietà i buoni e i solidali. Chi ha fatto questa scelta di campo e di lavoro, parte da motivazioni solidaristiche. La sfida è riuscire a farlo con quelli che non sono nativamente né buoni né solidali”.

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