Al passo dell’Africa

Tremila studenti della Vallagarina solidali con il Congo, contro lo sfruttamento nelle miniere, lanciano il loro messaggio di pace e legalità

Ci chiamano la generazione del futuro, tutti si aspettano che noi giovani, un giorno, cambieremo il mondo. Ma noi non siamo il futuro, siamo il presente! Se si vuole cambiare qualcosa che non va, ci si provasubito: urliamo a testa alta che la disonestà, l’illegalità e tutti i tipi di discriminazione ci ripugnano!”. È una studentessa del liceo A. Rosmini ad incoraggiare i tremila giovani della “Marcia per la legalità, lo solidarietà e la pace”, che per il quarto anno ha radunato intorno alla Campana della Pace di Rovereto gli studenti degli istituti comprensivi e superiori della Vallagarina.

La manifestazione si è svolta nella mattinata di mercoledì 20 maggio, organizzata dalla Comunità della Vallagarina insieme al Coordinamento delle Associazioni della Vallagarina per l’Africa, il CFSI, la Fondazione Opera Campana dei Caduti, il Collettivo studentesco roveretano e il Comitato delle Associazioni per la Pace e Diritti Umani di Rovereto. Gli studenti hanno marciato compatti dai giardini di via Dante fino al Colle di Miravalle. Su a passo svelto, per dare voce e gambe agli ideali di pace e giustizia rivolti quest’anno al popolo congolese.

Accanto ai ragazzi marciava anche John Mpaliza, il “camminatore per la pace” che sta raccontando al mondo, da Reggio Emilia a Helsinki, la storia del coltan (nel nº 10 di Vita Trentina abbiamo raccontato la sua storia, ndr). Il tema scelto dalle scuole della Vallagarina per questa quarta Marcia della legalità era lo sfruttamento delle risorse dell’Africa e in particolare della Repubblica Democratica del Congo. Nei mesi scorsi Mpaliza, ingegnere congolese italiano d’adozione, ha raccontato agli studenti cosa succede nelle miniere del suo Paese, dove vengono estratti illegalmente, e in condizioni di lavoro durissime, minerali “insanguinati” che tutti, senza saperlo, teniamo in mano ogni giorno. Nessuno di questi ragazzi fino a pochi mesi fa sapeva cosa fosse il coltan, usato in particolare negli smartphone ma anche in elettronica e in informatica. In Europa costa più dei diamanti ma in Congo non costa niente: le guerre in queste regioni sono volute e alimentate per permettere questi traffici. Durante l’anno, connesso alla Marcia, è stato indetto anche il concorso “Un tweet per il Congo”, e in varie scuole sono stati posizionati dei contenitori per la raccolta di telefonini usati. “Adesso questi giovani hanno capito cosa c’è dietro alla tecnologia e nessuno potrà tappare loro la bocca”, assicura Mpaliza. Salendo a Miravalle, alcuni ragazzi indossavano delle magliette con il disegno di due mani: una nera, l’Africa, e una rossa, l’Europa macchiata di sangue; dietro un link per suggerire l’alternativa: www.fairphone.com.

Arrivati nell’anfiteatro sul Colle di Miravalle, attraverso diverse performance i ragazzi hanno raccontato il lavoro di approfondimento svolto in classe durante l’anno. Con cartelloni, danze e musica africana hanno denunciato la guerra del coltan, ma anche il dramma dei bambini soldato e la violenza sulle donne, in un unico grido contro ogni forma di schiavitù. Quasi tutti hanno cercato di avvicinare questi temi, apparentemente lontani e facili da “non voler vedere”, alla loro vita quotidiana. “Anche se vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”, ha ricordato qualcuno con le parole di Fabrizio De Andrè, e lo ha espresso bene l’azione simbolica proposta dall’ultimo gruppo, tutti e tremila con il telefonino in mano.

“Sono sicuro che il popolo congolese sente la vostra voce, questo calore e questa fratellanza”, ha assicurato John Mpaliza, molto applaudito, definendo la Marcia e la giornata “un atto di amore”.

Ma la pace non ha confini: è lo stesso Mpaliza, mentre sventola l’inseparabile bandiera arcobaleno, a ricordare accanto al Congo anche la Siria, la Palestina, il Nepal, la Nigeria, la Libia, l’Ucraina, ma anche l’Italia perché “non c’è pace se non abbiamo da mangiare, se non abbiamo lavoro”. Con un’energia incontenibile l’ingegnere congolese ha coinvolto l’arena in un canto africano, a sottolineare che prima del messaggio di denuncia c’è un messaggio di pace: il senso di metterci in marcia (non importa se da Reggio Emilia a Helsinki o sulla salita per il Colle di Miravalle) è far sapere a tutti che, “nonostante tutto il marcio, il mondo non è condannato, anzi alla fine vincerà la pace”!

Subito dopo si è fatto serio: “Ragazzi è molto importante la vostra presenza oggi, ma ricordiamoci che scendendo da questa collina dobbiamo essere ambasciatori della pace”. Lo diceva don Tonino Bello: la pace è un concetto dinamico, che richiede lotta e tenacia. Non è un dato, ma una conquista; non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno. È cammino prima che traguardo e, per giunta, in salita. E lo sa bene il camminatore John: “Siate svegli!Perché tutti i giorni dobbiamo agire per la pace, e portare ovunque, a partire dalla famiglia, il nostro messaggio”. Poi il ritmo africano lascia il posto a Maria Dolens, che con eguale intensità, con i suoi imponenti rintocchi, spande il monito in tutta la valle.

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