Clemente Rebora, ecco l’antologia

Succede ad alcuni grandi artisti – pittori, ma anche scrittori e poeti – di essere riconosciuti appieno nella loro grandezza artistica soltanto dopo la loro morte. Così è successo a Clemente Rebora (Milano 1885 – Stresa 1957) il poeta che esordì nel 1913 con i Frammenti lirici, pubblicati da Prezzolini nelle Edizioni della Voce; tradusse poi grandi autori russi quali Tolstoj e Gogol, si convertì nel 1929 al cristianesimo ed entrò nell’ordine rosminiano, per essere ordinato sacerdote nel 1936 e riprendere a comporre versi solo negli ultimi anni della sua vita. La sua originalità e grandezza di poeta e scrittore furono riconosciute in parte negli anni Cinquanta e poi, in maniera più compiuta, negli anni novanta, anche grazie al convegno internazionale di studi di Rovereto dell’ottobre 1991, che richiamò studiosi da tutto il mondo per dibattere della sua opera. Si è dovuto però attendere fino all’autunno di quest’anno perché uscisse un “Meridiano Mondadori” (la collana che offre un'ampia selezione delle opere degli scrittori più famosi italiani e stranieri) su Rebora.

Il volume “Poesie, prose e traduzioni”, a cura di Adele Dei (euro 80,00) ripropone questo poeta e scrittore, oggi considerato tra i maggiori del Novecento, presentando in maniera filologicamente corretta tutte le sue poesie – incluse alcune postume – i saggi su Leopardi e Romagnosi e le traduzioni dagli autori russi e da una novella yoga, il Gianardana.

Benché non sempre trattato con la giusta attenzione dalle antologie scolastiche – e spesso trascurato dai docenti di lettere delle superiori – Rebora è oggi attualissimo per diversi aspetti forti della sua opera. Tra questi, la ricerca costante e ininterrotta della verità: “Ohimé, luce, ove sei?”, cantava in uno dei primi testi dei Frammenti lirici

Un altro aspetto centrale della poetica di Rebora è il tema dell’attesa, che precorse il Montale delle Occasioni. Ne è esempio la sua poesia più famosa, Dall’imagine tesa, dove si prefigura un ospite ignoto, che: “Verrà quasi perdono / di quanto fa morire, / verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro, / verrà come ristoro / delle mie e sue pene, / verrà, forse già viene / il suo bisbiglio”.

Dopo la conversione, Rebora si dedicò interamente al sacerdozio e alla riflessione religiosa – ne sono testimoni anche gli anni che trascorse a Rovereto, tra il 1945 e il 1952. Negli ultimi anni della sua vita tornò al canto, con le raccolte Curriculum vitae a Canti dell’infermità, che lo hanno reso, secondo Carlo Bo, “il maggior poeta religioso del Novecento italiano”. Proprio per questo spiace osservare che il volume della Mondadori ha un difetto difficilmente giustificabile: l’assenza delle prose reboriane su Rosmini, scritte negli anni del sacerdozio e a cui padre Alfeo Valle dedicò lunghi e intensi studi.

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