Una Chiesa inquieta, che non dorma sugli allori

Mai un vescovo trentino ha ordinato in Duomo il vescovo di Trento. Questa “storica” domenica d’inizio aprile 2016 suscita riconoscenza, non gratificazione orgogliosa. Ce lo chiede lo stesso arcivescovo Lauro, primo pastore trentino nominato da Francesco, che ben conosce il recente monito di Bergoglio ai vescovi messicani: “Guai a voi se dormite sugli allori!”.

Anche se “il passato è un pozzo di ricchezze da scavare”, la Chiesa di Francesco e di Lauro vuole chinarsi sul presente, sulle ferite di oggi. Rifugge quindi la comodità narcisista di chi si sente autosufficiente e appagato, primo sintomo di una malattia che è spirituale e sociale insieme.

Una Chiesa inquieta, come tutta la Chiesa italiana disegnata dal Papa nell’ottobre scorso a Firenze. Inquieta non perché tremebonda o dubbiosa, ma perché interpellata e stimolata nel profondo dalla Parola di Dio a vivere il Vangelo con umiltà, beatitudine e disinteresse. Una “sana inquietudine”, secondo l’espressione rubata da Francesco a Papa Benedetto, quando affermò che anche un vescovo deve essere “preso dall’inquietudine di Dio”, ovvero “conquistato dalla passione di Dio per le sue creature”, gli uomini concreti, soprattutto quelli che più soffrono nella loro debolezza.

Vescovi e cristiani tutti che sanno annunciare la gioia del Vangelo senza sterili lamentazioni, ma che si lasciano anche tormentare dalla lettura dei bisogni, dalla ricerca dei punti critici, dall’esigenza di risposte nuove a problemi sempre nuovi. Cristiani macerati dal “principio di non appagamento” (così Aldo Moro “leggeva” l’insoddisfazione umana), eppure consapevoli di essere cullati fra le onde dell’oceanica misericordia di Dio.

La prima omelia di mons. Tisi è quella scritta nei suoi primi 54 anni: in un’infanzia provata dalla morte del padre, in una giovinezza interpellata dalla vocazione e in una maturità irrobustita da intense relazioni a tu per tu e crescenti ruoli di responsabilità. Un’omelia che si è incarnata in terra trentina dentro corsie di ospedali, corridoi di Curia e canoniche di periferia ora riaperte, ma che è sempre scaturita dalla sorgente della Parola. L’omelia di un sacerdote “preso via male”, come si dice nel gergo dei giovani che domenica l’accompagnano in Duomo, proprio dall’inquietudine di Dio. Un prete formato in questi nove anni di servizio da vicario alla scuola di mons. Bressan, una lezione quotidiana di apertura alla speranza e al mondo. La stessa che all’Arcivescovo emerito auguriamo di poter continuare a vivere “sulla via della pace”.

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