Tanti giochi con le uova

Nella cesta delle tradizioni pasquali passatempi ancora oggi praticati nelle nostre valli

Il gioco è antico quanto le galline. Anzi, c’è ancora chi si chiede se siano nate per prime loro (le galline) o le uova. Ecco qualche passatempo con le uova, così come la tradizione trentina le ha consegnate dalla memoria degli anziani.

Cominciamo con l’uovo contro uovo, un giochino che a Pasqua si disputa, ancora, in numerosi paesi del Trentino, dalla Val di Fassa alla Val di Sole. È chiamato “pechenàda”, dal tedesco backen, cuocere. Uova cotte, appunto.

In Val di Non è detto il “gioco delle pèkene” e si batte a “piz e cof”. In Val di Cembra si dice “battere a scocèt”. Ma in Val di Fiemme “pechenàr” significa anche battere, picchiare.

Da qualche anno, a Ruffré, Cavalese, Croviana, Montesover, il giorno di Pasqua si è rispolverato il gioco delle pekene.

Ognuno dei due giocatori tiene in mano un uovo sodo e vi lascia emergere soltanto la sommità (la “ponta” o “‘l cul”). Le uova vanno battute l’una contro l’altra. Vince, naturalmente, colui il quale riesce a ritirare l’uovo intatto. Si ricomincia con il vicino. È infatti una sfida a eliminazione poiché Il vincitore conquista pure l’uovo dell’avversario battuto. Nelle valli Giudicarie, il gioco è detto “a ponta e cul”.

Quando la civiltà contadina era patrimonio dell’intero Trentino, fin verso gli anni Sessanta del secolo scorso, per la cottura e la tinteggiatura delle uova si usavano foglie d’edera (diventavano di colore verde oliva), i fondi del caffè (prendevano la tinta marron) o le foglie delle cipolle che coloravano le uova di una tinta rosso mattone. Tra le usanze della Val di Fassa, in tempo di Pasqua, c’era appunto la tintura delle uova. Avveniva il sabato santo, vi provvedevano le ragazze in età da marito e quando la sera i corteggiatori si recavano in visita, se ricevevano le uova colorate dall’amata voleva dire che si poteva pensare alla data delle nozze.

Più diffuso era il lancio della moneta. Di solito, teatro della sfida era l’angolo sul sagrato della chiesa. Si cominciava subito dopo la messa di Pasqua. Le uova erano disposte in fila, una accanto all’altra. Vinceva colui che riusciva a piantare la moneta dentro l’uovo.

Jole Piva ricorda che a Canale di Pergine, per il gioco “dei ovi” si usava una moneta – un soldo da 5 o dieci centesimi – e per renderla tagliente i ragazzi la ponevano sulle rotaie della ferrovia perché fosse schiacciata dal treno in corsa. “Chi tirava la moneta più vicina (alle uova) si prendeva il castelét, vale a dire le cinque uova messe in gioco, oppure le monete (giocate fino a quel momento); un gioco simile, praticato dai bambini, era quello della bina”.

Oggi c’è chi ricorda con nostalgia (ma forse è soltanto colpa dell’età) quel gioco d’innocenza e di furbizia.

Tra Pasqua e Pasquetta, alla sera, nelle osterie del paese, cominciava un’altra sfida tra bulli. Vinceva colui che fosse riuscito ad ingurgitare il maggior numero di uova sode.

Resiste ancora, in alcuni paesi della Val di Non, “l’of sul cuciàr”, l’uovo che si pone su un cucchiaio tenuto tra i denti. I partecipanti alla gara compiono un tragitto di corsa. La palma va a chi arriva primo senza far cadere l’uovo dal cucchiaio.

C’è poi “l’ovo cruo ‘n tel linzòl”, gioco a squadre con due persone che tengono un lenzuolo in grado di intercettare l’uovo crudo lanciato da lontano.

Nei bar di vari paesi, durante il tempo pasquale, si vendono anche oggi uova sode che sono sbucciate e consumate al banco, spesso toncàde, intinte in un piattino con sale e pepe.

Il giorno dell’Angelo, Pasquetta, a Pissavacca, oggi Belvedere di Ravina, e a Mattarello, ma non solo, resiste la tradizione di consumare uova sode con denti de càgn (cicoria di campo). Per non dire delle uova con gli asparagi. Ma qui siamo a Zambana e la stagione, con la Pasqua “bassa”, non è ancora propizia.

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