Missione Bufo Bufo

Con un gruppo di naturalisti volontari sulle sponde del lago di Levico. Obiettivo: salvare il maggior numero di anfibi dal possibile investimento

Sabato 9 aprile, ore 9 di sera, nei pressi del lago di Levico. Muniti di torce, giubbini catarifrangenti e secchi, seguiamo l’attività di un gruppo di naturalisti volontari (Karol Tabarelli de Fatis, Danio Miserocchi, Francesca Paoli ed Ale Rubin). Prima tappa è la vecchia statale che, da Levico, porta a Pergine Valsugana, nel tratto che costeggia la parte nord del lago di Levico. Obiettivo dell’escursione è salvare il maggior numero di anfibi. Questa classe animale, infatti, nella stagione primaverile, attraversa le strade per spostarsi dal luogo dove ha trascorso l’inverno – i boschi della Panarotta – al luogo di riproduzione – il lago di Levico. Nella zona di Levico si trovano principalmente rospi comuni (nome scientifico Bufo Bufo), mentre nei pressi del biotopo Inghiaie in località “Lochere” di Caldonazzo – dove più tardi ci recheremo, come seconda tappa – vi sono perlopiù esemplari di rana temporaria. Molti di loro, nell’attraversamento delle strade, a causa della velocità delle macchine, rischiano la pelle.

Quello che accomuna il gruppo di volontari è sicuramente la passione per il loro mestiere: sono laureati in Scienze Naturali e, tra di loro, vi sono attivisti di WWF Trentino, Sky Island e Lega Anti Vivisezione.

“I primi gruppi di volontari organizzati sono nati attorno al 2010. Attualmente il nostro gruppo conta una quindicina di persone”, spiega Karol Tabarelli de Fatis, che è assistente tecnico al Museo delle Scienze di Trento. “Oltre ad intervenire in Valsugana, operiamo anche al lago di Santa Colomba, al lago di Loppio ed al lago di Terlago”, aggiunge. Rane e rospi, infatti, per riprodursi, si spostano negli specchi d’acqua che sono più vicini alle zone di latenza invernale. Questi anfibi, inoltre, sono dei buoni indicatori ambientali: se un sito è inquinato, essi ne risentono più di altre specie.

“La moria di anfibi è un problema che ci tocca da vicino, perché sulla strada di Loppio, quattro o cinque anni fa, ci sono stati degli incidenti automobilistici causati dalla viscidità del manto stradale, a sua volta provocata dai corpi degli anfibi morti, investiti da macchine”, racconta Karol.

Ecco perché i naturalisti, molte sere alla settimana, nel periodo clou (che solitamente si colloca tra marzo ed aprile, ma che quest’anno è iniziato già il 20 febbraio, nella zona del lago di Loppio), dedicano il loro tempo a salvare gli anfibi nei cosiddetti “punti caldi”, dove c’è un numero consistente di morie. E, per salvarne il maggior numero possibile, è necessario che il tempo sia piovoso ed umido, e che le temperature superino i 10-11 gradi – anche se, quando ci rechiamo sul posto, sabato sera, c’è solo una pioggerellina leggera.

I volontari cercano tra le barriere verdi costruite appositamente per gli anfibi, che vengono posizionate a monte della strada non appena la neve si scioglie, e in prossimità dei “rospodotti” (così si chiamano i sottopassi che servono a facilitare il passaggio in sicurezza all’altro lato della strada, per il raggiungimento del lago, ed a cui le barriere conducono), per avvistare gli anfibi che non sono riusciti ad arrivare all’acqua. Tramite dei secchi, posizionati poco lontani dai “rospodotti”, portano gli anfibi nel lago. Li contano e annotano la specie. “Ci sono delle schede in cui si riportano i flussi, soprattutto per avere una memoria storica, per intervenire così sempre più incisivamente”, conclude Karol.

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