A Rosa e a Karl che ci danno la forza

Il Babbo Natale omicida, che a Istanbul ha seminato morte sull’ultimo ballo del 2016, ci ha fatto strappare in fretta l’ultima pagina del calendario. Della settimana natalizia però vogliamo trattenere a lungo due volti amici che dal cielo riflettono ora la luce vera del Natale, raggi che non si spengono: la piccola Rosa, letizia del villaggio SOS strappata a 35 anni e a pochi giorni dal suo (bi)sogno realizzato di autonomia, e il 73enne Karl, aitante pastore altoatesino consumato in cinque lunghissimi anni da un terribile Parkinson.

Trovando energia nel crocifisso Risorto, con l’aiuto di familiari vecchi e nuovi e di tanti amici conquistati dalla loro genuinità, ambedue ci hanno rivelato la forza che aiuta a vivere. Altro che vivacchiare…

Chi veniva a conoscere Rosa, premurosa “sorella maggiore e insieme sorella minore da proteggere”, restava travolto dalla “contagiosa risata”. Col suo carattere “deciso e dolce”, esprimeva nel sorriso “il desiderio di vivere la vita fino in fondo, perchè la vita è una sola”, ci hanno testimoniato i familiari. E allora via anche in tenda con “gli scout dell’impossibile”, sulle cime con la Sosat, in piscina “un’altra vasca ancora”, nelle redazioni col gruppo della “Rete”, a raccontare gli altri. Come la ballerina disabile Simona Atzori (“ha sorriso tutto lo spettacolo!”), anche Rosa aveva danzato sul palco con la sua carrozzina. ”Mentre noi dietro le quinte tremavamo di paur, eri tranquilla e determinata. “Mi piace troppo”, dicevi e leggera scendevi dalla tua sedia, volavi con la musica, incantavi per il tuo coraggio sfidando la gravità”.

Così le hanno ricordato gli amici della “Rete” salutandola nella chiesa di Sant’Antonio mai così gremita, senza nascondere peraltro umanissimi dubbi, timori e paure, affrontati però ad uno ad uno. “Tu, Rosa, che vicino alle persone ci sapevi stare, che prendevi tutti per mano e non avevi paura degli abbracci, anzi li amavi tantissimo. Accoglievi, sempre e comunque, anche le diversità degli altri”.

Se di Rosa è stato ricordato il “meraviglioso chiasso”, “un eloquente silenzio” ha caratterizzato Karl Golser, il pastore “degli ammalati” impedito dal dire “anche solo una parola”. Proprio “il teologo della comunicazione, il conferenziere con oltre 200 pubblicazioni, lui che non si è mai tirato indietro quando si trattava di prendere posizione, usando con competenza le parole, non poteva più parlare”, eppure come ha osservato al funerale l’amico successore Ivo Muser – “attraverso questo linguaggio del suo dolore è riuscito a dire molto al cuore di tante persone. Da professore è diventato confessore, da maestro testimone, e con questo suo comunicare senza parole ci parlerà ancora a lungo”.

Abbandono fiducioso, attenzione agli altri ammalati, riconoscenza ai propri assistenti. Il vescovo Karl – come Rosa, impiegata in un negozio di strumenti musicali, in modo diverso – aveva comunque trasformato la sua debolezza in forza, aiutandoci a guardare oltre il limite, per cogliere lo smisurato Amore con cui ora ci accompagnano nell’anno nuovo.

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