Schegge di vita all’est

Si è concluso a Trieste il 28° festival dedicato al più recente cinema dell'Europa centro-orientale. Presente anche un progetto trentino

Non poteva ricevere miglior regalo di compleanno. Nel giorno del suo sessantesimo, quasi a coronare una carriera da attrice di cinema e teatro che l’ha vista collaborare con registi quali Emir Kusturica (“Papà è in viaggio d’affari” e “Underground”) e Goran Paskaljevic (“La polveriera”), ma diversi altri nomi potrebbero essere citati, il suo primo film dietro la “macchina da presa” è stato premiato dal pubblico quale miglior lungometraggio al Trieste Film Festival. Mirjana Karanovic, serba di Belgrado, al festival giuliano, giunto alla ventottesima edizione (dal 20 al 29 gennaio scorsi), straordinario osservatorio sul più recente cinema dell’Europa centro-orientale – spesso poco conosciuto ma che in più di un caso ha riservato vere e proprie sorprese – ha presentato “Una brava moglie”, di cui è anche protagonista principale e co-sceneggiatrice, che ci si augura possa trovare una distribuzione italiana.

Presentato in anteprima al Sundance 2016 e alla Berlinale, l’opera prima guarda dentro al passato balcanico, alla lacerazione delle coscienze seguita alle guerre degli anni Novanta che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia. Come qualcuno ha sottolineato, viene affrontato il tema, certo fondamentale, dei crimini commessi dalla propria parte, in questo caso quella serba. Qui, la cinquantenne Milena, un matrimonio sereno, se non felice, con un imprenditore immobiliare, tre figli, scopre in un vhs le immagini dei crimini commessi dal marito nei confronti di alcuni civili. Quella cassetta finirà in televisione, atto estremo di denuncia. Un film importante, forse appesantito da un ulteriore elemento narrativo, la malattia della protagonista, che comunque non toglie valore ad un apologo morale (e a una precisa presa di posizione politica) di grande sincerità e introspezione.

Tra i documentari, il pubblico (perché la caratteristica del festival giuliano è di far scegliere i migliori lavori che passano sullo schermo alla platea) ha scelto “La comunione” della polacca Anna Zamecka, già premiato a Locarno. Una quattordicenne riesce a tenere insieme i cocci della propria famiglia, per lo meno ci prova (un padre alcolizzato, una madre che c’è e non c’è, un fratello autistico che si sta preparando alla comunione). Claustrofobico ma anche specchio di un cattolicesimo molto tradizionale, ligio ai precetti, poco aperto e a servizio.

Tra i corti, “Scritto/Non scritto” del rumeno Adrian Silisteanu, comunica in maniera decisa e paradigmatica la difficoltà del confronto tra diverse culture, in questo caso quella rom e la cosiddetta “ordinaria”, dentro un reparto di maternità.

Complessivamente, il festival triestino ancora una volta ha messo in luce la vitalità del cinema che arriva da est, per temi, contenuti, stili e linguaggi. Alcuni dei film hanno già trovato una distribuzione nazionale. Magari in poche copie. Comunque, un segnale positivo.

vitaTrentina

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