Viti resistenti? Tempi lunghi…

Sembravano a portata di mano già nel 2000. Il traguardo potrebbe essere raggiunto nei prossimi dieci anni grazie al progetto “Viticoltura 4.0”

Di viti resistenti alla fillossera innestate su piede americano all’Istituto agrario provinciale di S. Michele all’Adige con annessa Stazione sperimentale si è iniziato a parlare già negli ultimi decenni dell’800.

Dal 1902, dopo la scoperta del primo focolaio di fillossera a Merano e nel 1907 nell’azienda dell’Istituto, si rese necessaria una mobilitazione generale per la conversione antifillosserica nei vigneti. La campagna, assai dispendiosa e impegnativa, consisteva nella sostituzione di tutti i vigneti con viti innestate su portainnesto resistente alla fillossera. Il programma si è concluso solo a metà del secolo. Non senza polemiche e diatribe che vedevano su posizioni opposte i sostenitori della conversione e altri che denunciavano uno scadimento qualitativo dei vini provenienti da viti innestate. Insieme ai portainnesti resistenti alla filossera dall’America si importarono anche vitigni ibridi resistenti alla peronospora. Si trattava dei cosiddetti ibridi produttori diretti che non richiedevano trattamenti, ma producevano uve e vini scadenti. A livello europeo (Svizzera, Germania, Francia) vari Istituti di ricerca nei decenni successivi continuarono ad occuparsi di miglioramento genetico delle viti non solo per ottenere varietà di vite che potevano produrre uve enologicamente migliori, ma anche resistenti alle principali avversità. All’Istituto agrario di S. Michele si è ripreso a parlare di ricerca di viti resistenti ottenute tramite incrocio e selezione, ma senza escludere biotecnologie molecolari, a metà degli anni ’80.

In occasione di un importante convegno scientifico su ”Strategie genetiche per il miglioramento delle resistenze agli stress delle piante da frutto” che si svolse l’8 giugno 1990 fu inaugurato un attrezzatissimo laboratorio (l’allestimento era iniziato nel 1986) che aveva già rapporti di collaborazione con altri Centri nazionali ed europei. Nel laboratorio lavoravano cinque persone che avevano a disposizione le strutture necessarie per svolgere delicate indagini sul materiale genetico. La Provincia di Trento finanziò l’acquisto di un microscopio elettronico a scansione costato 150 milioni di lire. Porta la data del 23 maggio 2000 un progetto di “Biologia avanzata applicata alla vite, al melo e ai salmonidi” che aveva due scopi: migliorare la qualità dei prodotti (uva, mele, trote) e rendere vite e melo resistenti alle avversità.

Il 9 ottobre 2003 nel corso di un convegno riguardante il genoma della vite l’allora presidente Giovanni Gius ufficializzò l’adesione dei ricercatori di S. Michele alle nuove tecniche di indagine sui genomi delle piante coltivate, escludendo però tassativamente il ricorso alla transgenesi che genera organismi geneticamente modificati (OGM). Il 20 marzo 2006 il gruppo di ricercatori di S. Michele poteva annunciare il completamento della mappatura (sequenziamento) del genoma della vite. Nelle sale della Provincia era presente anche il prof. Salamini che da allora ha assunto un ruolo propulsivo determinante nel sostenere le ricerche di base (genoma) e applicative (post genoma) non solo delle viti, ma anche di melo, fragole, piccoli frutti, albicocco, olivo. Il resto della vicenda scientifica portata avanti dal 2010 in poi da Riccardo Velasco e Francesco Salamini è contrassegnata da pochi risultati nel comparto della genomica (salvi i progetti di sequenziamento) e da più numerosi e concreti risultati nel comparto della post genomica (Maria Stella Grando e Marco Stefanini).

Ora si è aperta una nuova prospettiva rappresentata dal progetto denominato “Viticoltura 4.0”. Esso è condiviso da sette Istituti di ricerca del Triveneto, compresa la Fondazione Mach e avrà una durata decennale. L’ottenimento di vitigni resistenti con la tecnica del Genome Editing è solo una parte del progetto. Le altre azioni si possono riunire cumulativamente sotto la voce di buone pratiche sostenibili con particolare riferimento a quelle messe in atto prevedendo le conseguenze negative sulla viticoltura dei cambiamenti climatici.

L’esito è condizionato dalla contrarietà dell’Unione europea alla tecnica del Genome Editing. La collaborazione di più Istituti potrà aiutare a superare questa ed altre difficoltà, compresa la ricerca di finanziamenti. Una volta ottenute le viti resistenti, il cammino da compiere sarà ancora però irto di ostacoli. La resistenza alla peronospora renderà superflui i trattamenti specifici, ma lascerà aperta la strada a nuove crittogame. Le viti resistenti andranno a sostituire con gradualità le varietà omonime non resistenti.

Ma i viticoltori accetteranno di piantarle solo se avranno la garanzia che alla resistenza si accompagna anche la qualità consolidata delle viti non resistenti.

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