La speranza di un’economia libera e pacifica

Il cammino verso un’alleanza di popoli aperta, coesa e prospera è ancora lungo

Oggi l’Unione europea è percepita sempre più come un’entità burocratica a trazione straniera, che difende la finanza soffocando i più deboli.

«Questa» Europa l’abbiamo però voluta noi. C’era l’Italia di De Gasperi fra i sei Paesi che nel 1951 fondarono la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), primo germoglio di quella Comunità economica  (CEE) che sarebbe nata pochi anni dopo con il Trattato di Roma (1957). Colpiscono le parole dell’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman (1950): «La condivisione delle produzioni di carbone e acciaio … cambierà il destino di quelle regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di armi da guerra, di cui sono state le vittime più frequenti. Il legame di solidarietà produttiva che verrà a crearsi renderà manifesto che una guerra … diventa non solo impensabile, ma anche materialmente impossibile».

Mentre il ruolo della Francia e della Germania nell’avvio della costruzione europea fu determinante, come lo è oggi, stupisce il separatismo del Regno Unito (prima il «no» alla CECA, poi all’euro, fino alla «Brexit») visto che Winston Churchill fu tra i primi a invocare gli «Stati Uniti d’Europa», convinto che soltanto la «ricostruzione della famiglia dei popoli europei» potesse debellare i germi del nazionalismo e del bellicismo (1946). I grandi statisti avevano capito che l’Europa sarebbe stata la nuova frontiera della pace.

In attesa che questa intuizione scaldi i cuori dei cittadini, l’integrazione europea oscilla fra molte incertezze, ma procede. Netto il solco tracciato dalla politica economica. La prima tappa è stata l’area di libero scambio, che riconosce la concorrenza come linfa dello sviluppo; la seconda è l’unione economica e monetaria, basata sulla stabilità dei prezzi e sulla convergenza delle economie; il traguardo finale è una vera unione politica. Obiettivi sfidanti, specie durante la crisi. Il filo conduttore che li unisce era visibile nel Trattato di Maastricht (1992) che trasformò la CEE in Unione europea, con 12 degli attuali 28 stati membri, ancorandola al duplice presupposto di cambi fissi stabili e bassa inflazione. Presupposti realizzati: non c’è regime di cambi più fissi e stabili di una moneta unica, mentre i prezzi hanno fatto riapparire perfino lo spettro della deflazione.

Ma il cammino verso un’alleanza di popoli aperta, coesa e prospera è ancora lungo, tanto più se in forma federale, come la sognava Altiero Spinelli. Lo testimonia il riemergere di rischiosi concetti difensivi quali protezionismo, ripristino della sovranità nazionale, ritorno alla lira…

Prima di indulgere alla lusinga di avventurose retromarce, ricordiamo almeno che: a) il primo partner commerciale estero del Trentino è la Germania; b) la bassa qualità, ovunque si annidi, non dipende dalle regole europee, anzi, semmai è il contrario; c) una moneta debole è una tassa occulta a carico di chi non può adeguare il proprio reddito reale, come i dipendenti e i pensionati; d) un debito pubblico in moneta debole è molto oneroso; e) il protezionismo non cura la scarsa competitività, la scarica sui consumatori; f) il «ce lo chiede Bruxelles» è spesso una formula di comodo per varare misure necessarie ma impopolari; g) la pace non ha prezzo.

E non è detto che, una volta scesi dal treno della storia, al prossimo giro saremmo così agili per risalirci.

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