Trentodoc in crescita

Il supplemento economico del Corriere della Sera del primo maggio 2017 riportava il testo di un’intervista di Luciano Ferraro a Matteo Lunelli, presidente a amministratore delegato di Cantine Ferrari. A fare da sfondo al dialogo con il giornalista del Corriere è la continua ascesa del Gruppo e della sua variata produzione (spumante metodo classico, ma non solo) verso traguardi sempre più positivi e prestigiosi. A partire dal 1952 quando Bruno Lunelli con grande coraggio ed intuito commerciale acquistò per 43 milioni di lire il piccolo, ma già lanciatissimo spumantificio di Giulio Ferrari, sorretto dai figli Franco, Gino e Mauro (enologo).

Matteo fa parte della terza generazione, cioè dei nipoti che condividono con lui la gestione del gruppo. La famiglia Lunelli è al centro dell’intervista. Il resto si riassume in tre concetti base del successo raggiunto: il vantaggio di utilizzare uve Chardonnay e Pinot nero di montagna; la crescente attenzione alla sostenibilità; l’affidamento della strategia di mercato a dirigenti che provengono da società multinazionali anche non interessate a vini spumanti. Insistente il riferimento (attaccamento) della famiglia Lunelli al territorio trentino. Inteso non solo come “terroir” creatore di vini base eccellenti, ma anche ai 600 viticoltori singoli o associati a cantine cooperative che conferiscono alle cantine Ferrari la materia prima. Solo un accenno fugace all’acquisizione, avvenuta 5 anni fa, di parte delle azioni di Bisol (Valdobbiadene) che consente al Gruppo di abbinare nell’ offerta soprattutto negli USA spumante metodo  classico e Prosecco.

“Vogliamo vendere in tutto il mondo, ma con radici piantate nella terra”. Lo conferma il fatto che da qualche anno sulle bottiglie di Ferrari compare il marchio Trentodoc.

Matteo non parla di Trento Doc, cioè dell’istituto che richiama la denominazione di origine controllata ottenuta nel 1984 dal Trentino proprio per iniziativa degli zii Gino e Mauro allo scopo di conferire allo spumante trentino una distintività garantita dall’origine e dal rispetto di un severissimo disciplinare di produzione.

Abbiamo pertanto esteso il discorso all’intera compagine di spumantisti classici che aderiscono all’istituto Trento Doc a prescindere dal numero di bottiglie prodotte e vendute. Oggi sono 45 le case spumantistiche (grandi medie e piccole) associate all’Istituto. Operano in zone vocate alla spumantistica di qualità e producono 130 etichette, ognuna con la propria peculiarità. Risale al 2007 la creazione da parte della CCIAA di Trento del marchio collettivo Trentodoc e la possibilità di aderire all’Istituto Trento Doc. La convivenza non è stata né facile né priva di contrasti più o meno forti e su più fronti: oneri e vantaggi di appartenenza, modalità di promozione, fruizione di contributi pubblici. La situazione è migliorata da quando (2013) all’ Istituto Trento Doc è stata garantita un’ autonomia di azione con adeguato supporto finanziario per la promozione del Trentodoc e la presidenza è stata assunta da Enrico Zanoni, direttore generale di Cavit.

Lo abbiamo interpellato per avere dati aggiornati su attualità e prospettive del Trentodoc. All’interno dell’ Istituto Trento doc, informa Zanoni, è stato creato un osservatorio di mercato che monitora tra l’altro anche il numero di bottiglie vendute. Ogni anno l’osservatorio spedisce a tutte le cantine aderenti un questionario sul quale sono invitate a segnare il dato relativo al numero di bottiglie vendute l’anno precedente. I questionari sono spediti da un notaio che assembla i dati forniti e li consegna in forma aggregata e anonima all’Istituto. Nel 2016 sono state vendute 8 milioni di bottiglie. In due anni si è registrato un aumento di 1 milione di bottiglie. Le vendite sono cresciute del 10% in valore e del 16% in volume. Non è possibile distinguere a chi si deve l’aumento.

Grandi cantine o spumantisti privati e cantine cooperative di primo grado?

Zanoni ritiene che la crescita sia stata comune fra tutti gli aderenti. Il contatto con le singole realtà produttive gli consente di ritenere, seppure ad impressione, che anche le aziende minori abbiano incrementato il numero di partite di riserva e/o millesimate. A crescere però sono anche state altre realtà produttive in Italia e nel mondo. Per quanto riguarda il Trento doc Zanoni non  ritiene infondato prevedere che in Trentino si possa arrivare, seppure con gradualità, a 10-12 milioni di bottiglie. Due i motivi che sostengono la previsione: il consumo di spumante classico cresce a livello mondiale ed è aumentata anche la notorietà del Trentodoc.

Ora si tratta di gestire la crescita. Ma  secondo quali modalità?

Riportiamo in sintesi alcuni pareri e proposte raccolte da varie fonti competenti e impegnate nella produzione.

C’è chi auspica un maggiore accordo tra grandi e piccoli produttori perseguendo due obbiettivi: tenere alto il livello qualitativo e gestire la promozione a livello nazionale e internazionale  per presentare il Trentino come territorio di montagna e quindi vocato a produrre spumanti di qualità.

Altri propongono invece la costituzione di un consorzio tra medi e piccoli spumantisti e la separazione di nome e di fatto dai grandi produttori. A questi e in particolare alla famiglia Lunelli non interessa aumentare il numero di bottiglie vendute, ma mantenere o aumentare il prezzo di vendita. Il consorzio dovrebbe sostituire al marchio collettivo Trentodoc la denominazione originaria “Trento”.  Altri ancora ritengono utile dal lato economico utilizzare le uve Chardonnay di non eccellente qualità per produrre col metodo charmat uno spumante qualificato, ma meno impegnativo del prodotto classico.

Il dibattito è aperto e potrebbe essere affrontato in occasione della prossima mostra dei vini del Trentino.

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