Naufragio d’umanità

Lampedusa fa memoria dei troppi migranti morti in mare. Alla settimana promossa dal Miur sull’isola anche alcuni studenti del liceo “Da Vinci” di Trento

Quel padre di famiglia siriano, Refaat il suo nome, è da quattro anni che, insieme alla moglie, cerca due dei tre figli piccoli dai quali è stato separato durante il salvataggio. L’11 ottobre 2013, nelle acque del Mediterraneo, tra Malta e Lampedusa, morirono oltre 260 uomini, donne, bambini. Una tragedia ancor oggi al centro di accese polemiche per il ritardo nei soccorsi. Quel padre di famiglia e sua moglie, che ora vivono in Germania, sono convinti che i piccoli siano ancora vivi, da qualche parte. Qui a Lampedusa, isola-pietraia, scoglio d’Africa che è Italia e che da anni accoglie migliaia e migliaia di profughi in fuga dalla povertà e dalle guerre, quel padre di famiglia cercava di intercettare, invano, il presidente del senato Pietro Grasso e la ministra all’istruzione Valeria Fedeli intervenuti al progetto “L’Europa inizia a Lampedusa”, dal 30 settembre al 3 ottobre scorsi, promosso dal Miur (il ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca) con il “Comitato 3 ottobre”. Tanti workshop sui temi dell’emigrazione ai quali hanno partecipato 200 studenti delle superiori di 35 istituti italiani e alcune scuole straniere di Austria, Francia, Spagna e Malta. All’istituto “Pirandello”, durante l’incontro tra alcuni sopravvissuti ai naufragi del 3 e 11 ottobre 2013, i parenti di chi non ce l’ha fatta e i ragazzi, Pietro Bartòlo – il medico dell’isola che in venticinque anni ha curato e salvato più di 300mila profughi ed è protagonista di “Fuocoammare”, il film di Gianfranco Rosi, Orso d’oro a Berlino – abbraccia Kebrat. Portata a riva dopo il naufragio del 3 ottobre poco fuori il porto (368 annegati, ricordati in alcuni intensi momenti di raccoglimento sia in terra che in mare), pareva morta. Il medico si accorse che sembrava esserci ancora un battito di quel cuore. L’ha salvata. Ora vive in nord Europa. Sono due istantanee, di segno opposto, in bianco e nero, dove il bianco e il nero sono nitidi, precisi e non lasciano spazio ad altri colori, che sono entrate anche negli occhi dei ragazzi del liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Trento (Elisa Feller, Arianna Saggese, Sofia Giorgini e Matteo Paoli) che, accompagnati dal prof Sandro Bertoni, hanno partecipato a seminari e incontri. Una trasferta resa possibile da un documentario, “O’Scià” (Respiro, nel dialetto dell’isola), girato da Saggese e Paoli, prodotto da Format, il Centro audiovisivi della Provincia Autonoma di Trento, realizzato a seguito di un viaggio di formazione sull’isola dell’aprile scorso. Il doc ha concorso ad un bando del Miur ed è stato selezionato insieme ai lavori (racconti, poesie, fotografie) di altre 34 scuole sulle 235 che avevano presentato i loro lavori.

Lungo lo “struscio” turistico di via Roma, nel centro del paese, non si vede più un ragazzo di colore, come invece fino a qualche mese fa. Se si vogliono capire gli effetti dell’accordo tra Italia e Libia, sostenuto dall’Unione europea, teso a far rimanere i migranti in nord Africa dentro campi profughi che sono veri e propri inferni, come denunciato dai Medici dei diritti umani e dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati, basta atterrare a Lampedusa. Semmai, in queste settimane sbarcano i tunisini, anche per effetto di un indulto che ha in parte svuotato le galere del Paese nord africano. C’è anche qualche testa calda, alcune risse tra di loro sono scoppiate, si sono verificati alcuni piccoli furti. Il che ha fatto gridare “all’invasione” (che non c’è) da parte del sindaco Salvatore Martello che alle recenti elezioni ha sconfitto Giusi Nicolini, simbolo dell’accoglienza lampedusana. Salvo poi, il primo cittadino, ritrarre la mano dopo aver gettato il sasso tuonando e virando a 365 gradi, “basta polemiche”, peraltro sollevate da lui stesso. Nei bar del paese già gira una chiacchiera. Che in Tunisia le autorità chiudano un occhio sulle partenze, a mo’ di ricatto a fronte delle centinaia di migliaia di euro che dall’Europa e dall’Italia arrivano ai capibastone libici per tenersi i profughi. Come a dire: “E a noi niente?”. Chiacchiere? Forse, ma plausibili.

Gli occhi disperati di quel padre e di quella madre siriani. L’abbraccio tra Bartòlo e Kebral. L’umanità vera. E’ questo ciò che veramente conta, o dovrebbe. Quell’umanità a cui guardare e dare risposte.

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