Un nuovo patto per il lavoro

Dalla Settimana Sociale di Cagliari proposte concrete per accompagnare un “tempo di svolta”. Gli spunti più interessanti colti dai cinque delegati trentini

Insieme agli altri mille delegati riuniti a Cagliari da 225 diocesi italiane, abbiamo sentito citare spesso i passaggi dell’esortazione Evangelii Gaudium (nn 202-203), in cui Papa Francesco esprime il sogno che gli uomini possano godere di una prosperità completa, che abbracci tutte le dimensioni della vita. Tra le condizioni imprescindibili perché il desiderio si realizzi, egli indica “il lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale”.

E proprio questo era il tema al centro della 48^ Settimana Sociale dei Cattolici in Italia. Precedentemente già due volte si era parlato di lavoro, sempre all’alba di svolte importanti per la vita del nostro paese. Una nel 1946, e l’anno successivo vede la luce la Costituzione Italiana, il cui Art.1 inizia con le parole L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, l’altra nel 1970, lo stesso anno della promulgazione della legge nota come Statuto dei Lavoratori. E nel 2017? Potremmo pensare che siamo di fronte ad una possibile nuova svolta nel modo di concepire il lavoro. Il rapporto tra vita e lavoro è destinato ad essere rimodulato.

Il lavoro del futuro, infatti, sarà meno vincolato a tempi e luoghi specifici, il compito che ci aspetta è di navigare tra gli scogli della società senza lavoro (jobless society) e quello della società del tutto lavoro (total job society). Per muoversi nella giusta direzione occorre mettersi in ascolto, tenendo presente che i cambiamenti degli assetti produttivi ed economici ora si susseguono a ritmi molto più veloci che nel passato, ed ora avvengono di norma ogni 5 anni.

Il fattore chiave, alla base di questo cambiamento, non è la tecnologia (che è un mezzo) ma è il fattore umano ed i suoi talenti: porre attenzione alla persona è elemento fondante di una lavoro di qualità, perché solo la qualità del lavoro, in quest’epoca, diventa e diverrà quantità di lavoro. C’è solo un modo per fare un lavoro: farlo bene. Condizione qualificante a questo è la formazione, educare ad una personalità sviluppando una capacità di apprendimento continuo. Non basta solo riempire la testa di nozioni, ma bisogna creare una bella testa! Investire nell’istruzione crea sviluppo, ma è necessario ampliare lo sguardo superando quelli che sono i confini dei percorsi di studi nazionali. Educazione al lavoro a tutto campo, compresa quella degli oratori, che possono diventare lab-oratori, dove sperimentare se stessi non solo nel gioco e nel servizio, ma dove anche  il lavoro può diventare abilitante alla vita adulta sperimentando le proprie capacità creative ed imprenditoriali, autorizzati, resi autorevoli e autonomi dagli adulti. Alcune esperienze avviate in altre diocesi vicine sono molto interessanti in questo senso.

Il lavoro va umanizzato e per farlo occorre avere ben chiara la distinzione tra estrazione e creazione di valore. Nel primo caso si tratta di spremere fino all’estremo per cercare di trovare i più piccoli frammenti di realtà a cui si può applicare un prezzo; nel secondo si cerca invece di cogliere i bisogni che non hanno ancora una risposta, di scommettere sulla capacità di iniziativa delle persone e delle comunità. Cambiare paradigma di ragionamento economico: partendo dal bisogno (non da consumo) emergente, individualizzandolo, socializzandolo e con una mutualità nella risposta.

Di fronte alle gravi difficoltà in cui versa il nostro Paese, soprattutto i nostri giovani, non basta perciò invocare una ripresa generica. Si tratta piuttosto di autorizzarli a diventare autori della costruzione di un modello di sviluppo meno ossessionato dalla crescita quantitativa e più interessato ad una nuova sintesi tra materiale e spirituale, tra efficienza e creatività: lavorare con e per le nuove generazioni, allo scopo di promuovere il lavoro degno, non sfruttato e degradato, equamente retribuito. Siamo chiamati quindi ad un grande patto per il lavoro, che deve essere prima di tutto intergenerazionale.

Per creare nuovo lavoro si deve partire dalle periferie, dal territorio, andando a scoprire ed a valorizzare tutti i giacimenti inutilizzati che lo caratterizzano, che siano persone e loro talenti, cose o risorse economiche. Solo questo può portare ad un’economia dei sogni condivisi.

Kathia Andreis,

per i membri della delegazione della diocesi di Trento

vitaTrentina

Lascia una recensione

avatar
  Subscribe  
Notificami
vitaTrentina

I nostri eventi

vitaTrentina