L’arte di Vallorz dalla parte della gente

Il pittore solandro è morto a 86 anni: “Un dipinto – diceva – non deve guardare alle minoranze ma alla gente”

Paolo Vallorz è morto a Parigi lunedì 27 novembre. Aveva 86 anni. In assoluto è stato uno dei più grandi protagonisti dell’arte trentina, e non solo provinciale, del Novecento.

Nato a Caldes nel 1931 incontrò la pittura già in giovane età. Nel 1948 frequentò l'Accademia di Belle Arti a Venezia, l'anno successivo si trasferì a Parigi, dove frequentò l'Accademia Libera della Grande Chaumière. Per evitare il servizio militare visse in clandestinità, frequentando gli artisti del quartiere Latino. La sua produzione fu inizialmente di carattere astratto, opere geometriche e poi informali. Negli anni della maturità, riacquistò quelle tele per distruggerle, in quanto non si riconosceva più in quanto realizzato. Per alcuni anni non dipinse più: nel 1956, conquistato dalla passione per le macchine da corsa progettò, realizzò e guidò una vettura nella 24 ore di Le Mans del 1958.

Riprese poi a dipingere, privilegiando i paesaggi, soprattutto della sua natia Val di Sole che tanto amava. Dalla prima metà degli anni Sessanta il successo internazionale: personali e collettive da Parigi a New York e a Londra, dove ottenne il primo premio di pittura alla Tate Gallery. Con molta intensità si occupò anche di riqualificare l'opera di un gruppo di artigiani e artisti della Val di Sole, fra cui spiccano gli amici fraterni Albino Rossi e Luciano Zanoni.

Le sue opere hanno catturato l’attenzione dei colleghi artisti e dei massimi esperti, da Gabriella Belli a Vittorio Sgarbi al direttore del Museo Picasso a Parigi Jean Clair, per il loro candore, per l’adesione istintiva, immediata, al mondo, fuori dalle teorie e dai rigidi sistemi classificatori. Un’adesione che passa attraverso i cinque sensi, che corrobora e alimenta il sentimento e che fluisce intatta nelle tele, immortalando l’istante irripetibile della fascinazione emotiva. Basti pensare ai nudi, totalmente privi di morbosità, al contrario. Spesso sono colti in modo indiretto, non viene ritratta la modella ma il riflesso della sua immagine su di uno specchio: per il massimo rispetto nei suoi confronti, per non violarla, neppure guardarla. L’incarnato bianco, opalescente, dei corpi si fonde così con il candore della stanza, in un tutto omogeneo, a tratti mistico. O pensiamo alle piante, alle rocce, alle nature morte: ognuna è “chiamata per nome”, con uno scrupolo quasi scientifico, animate da quell’amore per la natura, i luoghi cari – ognuno diverso – che eleva a dismisura la portata emotiva del dipinto e lo lega alla società. Per usare le sue parole “non alle minoranze che guidano le società, ma alla gente che compone una certa società”.

Abbiamo bisogno di miti, abbiamo bisogno di dialogo, comunione. E forse è questo il motivo per cui, a dispetto delle nostre resistenze intellettuali, ci avviciniamo alla pittura di Vallorz. Le sue partecipazioni a collettive italiane e francesi sono numerosissime. Nel 1993 Vallorz donò un cospicuo numero di opere al MART inerenti tre nuclei tematici corrispondenti ai suoi soggetti preferiti degli ultimi vent'anni del XX secolo: il paesaggio, la natura morta e il ritratto.       Il MART gli ha dedicato due personali: Paolo Vallorz. La Natura come Storia dell’uomo, nel 2005, e La donazione Paolo Vallorz, nel 2011. Memorabile pure “Paolo Vallorz. I miei alberi" allestita a Castel Caldes nell’estate del 2014

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