Scuola Penny Wirton, così gli stranieri imparano l’italiano a Trento

L’insegnamento personalizzato nella scuola d’italiano Penny Wirton, lanciata un anno fa e ora in rete con gli altri corsi per migranti

E’ una scuola senza campanella, senza voti e senza esami, ma vi hanno imparato l’italiano già 200 persone nel primo anno di lezioni. Donne e giovani, lavoratori e studenti, richiedenti asilo e profughi, stranieri di 49 diversi Paesi desiderosi di poter usare la nostra lingua per capire e farsi capire.

“Qui alla scuola Penny Wirton di Trento gli studenti arrivano spesso prima degli insegnanti, li spinge una motivazione molto forte”, osserva Luca Bronzini, il coordinatore del gruppo di volontari che lo scorso anno ha avviato in Trentino la formula diffusa dallo scrittore Eraldo Affinati e da Luce Lenzi (una quarantina le scuole spuntate in tutt’Italia dopo aver aderito ai principi) con il libro “Italiani anche noi”. Lo ha pubblicato nel 2015 “Il Margine” e proprio nel giro degli amici dell’editrice trentina, allargato col passaparola a tanti “maestri” volontari, ha mosso i primi passi la scuola che prende il nome del piccolo Penny, protagonista della storia di riscatto narrata dal romanziere Silvio D’Arzo.

Non si chiedono e non si danno certificati alla Penny Wirton. Non si registrano le assenze e non servono le giustificazioni in questa scuola dove è la gratuità a imporre uno stile: accoglienza e rispetto. “Non si formano classi e programmi standardizzati – spiega ancora Bronzini – perché si punta il più possibile sulla relazione uno a uno che si rivela utile e flessibile. Non solo per l’italiano”. Con gli alunni nasce una fiducia reciproca – com’è emerso anche nella verifica di primo anno compiuta due domeniche fa – che in alcuni casi porta a proseguire il rapporto di conoscenza anche fuori dalle due giornate di lezione.

Questa singolarità di un docente per ogni discente (talvolta anche due o tre, a seconda delle possibilità) distingue la Penny Wirton dagli altri corsi d’italiano per stranieri attivi in Trentino che si sono coordinati in un calendario comune: “Abbiamo dato vita ad una rete delle scuole d’italiano – spiega Bronzini – anche per poterci confrontare con l’ente pubblico sulle politiche di accoglienza”.

La scuola senza banchi e senza lavagna è ospitata dai padri Cappuccini negli ampi locali di via della Cervara (nella stagione estiva si può spostare un tavolino anche all’aperto) dove ogni martedì e giovedì attorno alle 16 s’affolla una scolaresca poliglotta, presto smistata ai vari maestri puntando a garantire una certa continuità. “L’insegnamento va il più possibile personalizzato – osservano i volontari, non tutti ex insegnanti – e questo primo anno ci ha portato a migliorare gli strumenti didattici per chi è analfabeta anche nella propria lingua o in quella occidentale”.

C’è il mondo che apprende i nomi e i verbi di questa nostra piccola terra. Pakistan e Brasile sono gli Stati più presenti ma le provenienze da 49 Paesi regalano un incontro fra cultura e persone: con la mamma nigeriana che porta il bambino nella fascia si parla delle prime pappe, con gli studenti nordafricani “tira” il tema calcistico, con i lavoratori asiatici la conversazione porta lontano.

Dulcis in fundo, fra i docenti della Penny Wirton si sono inseriti ben volentieri anche giovani italiani (alcuni vi hanno svolto l’Alternanza Scuola Lavoro con un parallelo percorso formativo) e giovani scout, apprezzati nell’animazione danzante della festa per il primo compleanno nello scorso aprile. Si realizza così attorno alle “ore di italiano” una composita comunità – sempre in cambiamento perché la continuità non è assicurata – con tante contaminazioni fra culture e anche fra generazioni, grazie al linguaggio comune della (reciproca) accoglienza. E’ il valore senza prezzo di quest’esperienza che non si ferma nemmeno in luglio e potrebbe essere replicata anche in altri territori trentine: in autunno prossimo potrebbe partire una nuova scuola Penny Wirton nel Basso Sarca.

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