Preghiere ed emozioni: un funerale in paese

Le modalità anche liturgiche con cui si accompagna il defunto influenzano la nostra cultura

Lo spunto

Mi piace trasmettere a Vita Trentina l’emozione che da credente ho provato l’altra settimana al funerale di una persona ultranovantenne che ha lasciato, dopo anni di sofferenza questo mondo.

Le esequie funebri, che si sono svolte nella chiesa di Roveré della Luna, mi hanno fatto sentire quelle emozioni che da molto tempo non provavo seguendo i funerali in città.Per salutare la compaesana che ha lasciato questa terra vi era nella chiesa del paese tutta la gente, ed erano le cinque di pomeriggio di un giorno lavorativo.

La chiesa era piena e il coro parrocchiale diretto dal maestro Comperini accompagnava la liturgia con dei canti che mi hanno creato risonanze che mai ho provato nel partecipare alle Messe domenicali in città.

Le canzoni “Eccomi” e “In Paradiso”, che sono delle vere preghiere, mi hanno commosso e ho ringraziato Dio per avermi dato l’opportunità di vivere una funzione religiosa e per di più funebre in modo così sentito e vero. Questi sono sentimenti che solo nelle piccole comunità si possono ancora provare, perché nella chiesa vi era non solo il paese, ma la comunità che pregava per l’anima della defunta.

Questa credo sia la forza delle piccole comunità che vivono coralmente il bello e il brutto della vita dei propri componenti. In particolare la Messa, celebrata da un giovane prete, don Luca, che in paese rispettano e vogliono sentire proprio. Purtroppo oggi il tradizionale ritorno alla terra è ormai fuori uso e la sepoltura delle ceneri non dà quell’emotività che la bara calata nella terra anche oggi offre.

Paolo Cavagnoli

La testimonianza di Paolo Cavagnoli sul funerale in paese va oltre l’emozione e racchiude un messaggio che non riguarda solo i credenti, ma tutta la società civile, la memoria stessa – e quindi l’identità – di una comunità. Suggerisce anche che una rinascita (e ci sarà) potrà (dovrà) venire dalle piccole comunità prima che dalle grandi istituzioni, politiche o sociali che siano.

La Chiesa, nella sua sapienza ed esperienza di umanità e rivelazione ha sempre saputo che la morte è il passaggio decisivo della vita, che va celebrata come il “dies natalis”, la nuova nascita a un mondo e a un tempo che ci sono ignoti, che si chiamano eternità, ma che racchiudono visioni e probabilmente “sorprese” almeno pari a quelle che la vita terrena prospetta ad ogni nascita di bambino o di bambina.

Anche il “nulla” che alcuni si attendono può riservare sorprese, come le riservano, par di capire, nel cosmo, i “buchi neri”. E’ quindi un imbarbarimento che la cultura postmoderna rimuova la morte (o la riduca ad una superstizione di folklore, come Halloween) mentre è il passaggio necessario cui tutti siamo chiamati, così come è un segno di incertezza (il cardinale Martini avrebbe detto – e lo scrisse – di mancanza di fede) che la Chiesa si sia accodata ad un banalizzazione pubblica della morte e delle esequie che va ben oltre ogni secolarizzazione. Che i morti “servano” ai vivi e aiutino i vivi a vivere, del resto, l’aveva capito già due secoli fa Ugo Foscolo, che certo non era un baciapile: “A egregie cose il forte animo accendono, l’urne dei forti …”.

Senza urne gli animi si spengono. Sono oggi spenti. Non si tratta quindi di propendere per l’inumazione o per le ceneri. In un mondo di 7 miliardi di abitanti anche l’incenerimento dei corpi può avere la sacralità di una sepoltura (a Trento il 60 per cento dei funerali si conclude con la cremazione) e l’urna può essere inumata, conservata, ricordata. Il punto è che la cremazione non può diventare l’alibi per esequie distratte, frettolose, scoordinate, ognuno per proprio conto, senza nemmeno un piccolo corteo di raccoglimento. E se la gente è maleducata e chiacchiera è giusto richiamarla al rispetto, non far finta di nulla e lasciar le cose a se stesse. Il funerale non è solo un commiato, è una preghiera attorno alla sacralità che un vita vissuta – con gioie e dolori, cadute e redenzioni – racchiude e trasmette. E’ un passaggio che si apre sul mistero di un tempo eterno che non conosciamo, ma che va rispettato e ci accoglie anche senza fede.

Lo scrittore Andrea Camilleri, da poco mancato all’età di 93 anni, ora sepolto nel cimitero “acattolico” di Roma, ripeteva al proposito una frase bella e significativa: “La morte? Non la temo. Io e la morte ci rispettiamo”. Ebbene, questo passaggio (“transito” si diceva) merita pure una pausa di rispetto, un canto (“In paradisum…” possibilmente senza applausi) gli ultimi passi insieme, una preghiera. E poi un nome su un pezzo di pietra o di legno, per la comunità, non per il morto, per chi resta, perché “siamo fatti degli altri”, perché l’ultimo rintocco di campana suona non per chi se n’è andato, ma per tutti noi che restiamo.

L’invito di Cavagnoli alla Chiesa perché torni a riflettere – non frettolosamente – su una liturgia appropriata, oggi, per le esequie, ma al tempo stesso consapevole dell’eternità che esse aprono, non è quindi frutto di nostalgia, ma di urgenza autentica di modernità, di richiamo ani. Poter effettuare la cremazione accanto al camposanto, ad esempio, consente un’appropriata sepoltura anche alle urne, evitando che vengano disperse, o “privatizzate” su uno scaffale, insieme ai libri che gli eredi delle giovani generazioni, come accade, destineranno al macero. Le urne meritano più dignità. I cimiteri non sono i luoghi dei morti, ma dei vivi perché possano raccogliere, da chi se n’è andato, ciò che hanno vissuto.

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