Le tre D di Bergoglio, Papa al tempo del virus

Papa Francesco in via del Corso. Foto Sir

Lo spunto

Lo sforzo di papa Francesco durante il suo settennato per un rinnovamento della Chiesa è stato, sino ad oggi, instancabile. E la parola d’ordine, ormai nota, è una sola: “Decentramento”. Nella geopolitica dello spirito di papa Francesco le periferie assumono importanza strategica. Sarebbe però errato affermare – come qualcuno ha fatto – che le periferie sono il nuovo centro. Bergoglio non mira a compiere una sorta di “translatio imperii”, di “trasferimento” della cristianità dall’Europa e dal più ampio emisfero occidentale a quello orientale o del cosiddetto sud globale. Al contrario, il pontefice ambisce a creare una Chiesa policentrica dove non vi sia un unico centro – sia esso a Roma o nelle periferie in senso lato – bensì una comunione di chiese diverse e locali, che concorrano insieme alla missione della Chiesa cattolica.

Pietro Mattonai  – Affari Internazionali, 16 marzo 2020

La diffusione della pandemia riguarda direttamente anche la Chiesa, posto che la chiusura delle chiese viene da molti vista come un punto di svolta nell’essere “popolo di Dio”. Il virus, peraltro, come ha ricordato Laura Mansini su l’Adige, “non è senza ragione”. Non è un’influenza un po’ più grave, ma si presenta davvero come il morbo del globalismo, per come s’è diffuso e per le conseguenze che sta provocando. E’ alimentato dalla crescita esponenziale del pianeta, dal disordine nell’uso delle sue risorse saccheggiate, dai mutamenti climatici. E’ aggravato dalla delocalizzazione e da una mobilità esasperata dimentica di adeguati controlli di prevenzione igienica .

L’arrogante corsa verso uno sviluppo infinito ha poi scardinato ogni senso del limite e provoca oggi, come “contrappasso”, la costrizione di restar chiusi tutto il giorno in casa. A ben guardare è su questo morbo del globalismo, su questo affanno febbrile dell’anima oltre che del corpo, che il Papa ha invitato tutti a pregare il mercoledì dell’Annunciazione: per il risanamento di chi soffre, ma ancor più per una liberazione collettiva dal male dell’avidità, della presunzione, di costruire con l’onnipotenza delle proprie mani, come ai tempi di Babele.

In questo passaggio la Chiesa sta forse scrivendo una pagina nuova. Papa Bergoglio, infatti, mentre invita a rendere più intenso, con la preghiera individuale, il sacerdozio insito nel “popolo di Dio”, rilancia al tempo stesso la centralità della figura papale – cattolica, universale, non globale – invitando a pregare in una piazza San Pietro vuota, e ponendosi egli su quella stessa piazza costruita come un abbraccio al mondo colpito dal virus. Questa Preghiera universale, terzo passaggio emblematico dei sette anni bergogliani dopo la Laudato Sì’ e il Sinodo amazzonico, merita una riflessione per uscire dagli schemi che vedrebbero un papa “progressista” frenato dai tradizionalisti nostalgici. Si va ben oltre. Perché è vero che il pontificato di Bergoglio ha come parola chiave “decentramento”, ma la quotidianità dei suoi gesti di sacerdote-pastore mostrano che “decentramento”, si accompagna – come uno sgabello che ha bisogno di tre gambe – su altre due D: devozione e discernimento.

“Decentramento”, allora, non è una rinuncia alla storia, alla tradizione di un papato garanzia di unità, ma anche di libertà dai condizionamenti del potere, vuoi quelli dei principi (cuius regio, eius religio), vuoi quelli radicati nelle identità nazionali delle chiese orientali autocefale, vuoi quelli di una secolarizzazione che porta ad una spiritualità fai da te, virtuale, e ad una idolatria del mercato: ché la domenica i centri commerciali si sono posti in alternativa alle chiese ben prima che il “virus” le facesse chiudere.

Decentramento non è quindi rottamare la tradizione occidentale della cristianità, ma proprio l’opposto. E’ la chiamata a tutta una tradizione millenaria – di studio, bellezza, solidarietà – perché si faccia carico dei problemi che emergono dal modo di vivere “occidentale”. Come se il Papa dicesse all’Occidente in crisi con se stesso: “Guardate che le periferie siete voi. O vi riscattate insieme alle periferie umiliate, o il respiro della vostra civiltà morirà”. E’ con questo “timor di Dio” custodito nelle orazioni degli umili per scongiurare la fame, la peste, la guerra, che il Papa ripropone la devozione antica, a Roma, davanti al Crocefisso e alla Madonna. Due foto risaltano come icòne, ambedue mostrano il Papa solo davanti alla città vuota. E’ la solitudine di questi giorni, ma quel vuoto è riempito da una figura che non fugge. Se Pietro tornasse e riproponesse l’antico “Quo vadis?”, Bergoglio potrebbe rispondergli: “Vado a cercare i cristiani. Qui sono, resto per pregare insieme”.

Terza gamba dello sgabello è quel “discernimento” che salda le cose del cielo a quelle della terra, che fa i conti con i sistemi politici ed economici, con il potere che guida la società. In questo senso risultano coraggiose e precise le parole con cui Lorenzo Dellai ha definito Papa Francesco (L’Adige, 15 marzo) come l’unico vero leader del pianeta. E’ una definizione che deriva non certo da piaggeria clericale, ma da due recenti inviti di Bergoglio: farsi carico di tutti coloro che soffrono (non solo per il virus, ma anche per le bombe), e pregare per i governanti, come voleva anche De Gasperi, perché i governanti non possono essere ridotti a “casta” irrisa. Le manchevolezze vanno denunciate e combattute, ma occorrono, ad una società, persone che si facciano carico del bene comune. La politica non può essere “casta” – osserva Dellai – ma neppure rapporto fideistico e populistico con il “leader”, e nemmeno semplice “contratto” di socialità o interessi. Il potere va legittimato con un nuovo carisma di moralità. Bergoglio, il pastore delle periferie non dimentica di essere vescovo a Roma, “pontefice” fra l’Italia e il mondo, nel suo settimo anno. Il Papa ai tempi del virus.

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