Don Marcello Farina, “seminatore di inquietudini”

Don Marcello davanti a casa Farina a Balbido, nel Bleggio, abbellita dal murales di Maria Ricci. Foto © Gianni Zotta

Da dove iniziare, per parlare di don Marcello Farina, che in occasione dei suoi 80 anni di vita la città di Trento premia con l’Aquila di San Venceslao, massima onorificenza cittadina?

Forse dalla copertina del suo ultimo libriccino “Consumare Dio”, che la Fondazione Don Lorenzo Guetti pubblica proprio nell’occasione. C’è, su quella copertina, il murales di casa Farina a Balbido, nel Bleggio, il suo paese di origine: “Parole come pietre”, il titolo dell’opera di Mario Ricci. Ottant’anni di vita nel segno della Parola e delle parole per provare a far vedere che dentro la Parola di Dio ci sono parole che aiutano a capire il tempo che si vive; seminando inquietudini, piuttosto che distillando certezze. Le parole del predicatore che, nonostante il tono mite con cui erano poste, pur sempre pietre erano, a volte levigate, a volte taglienti; mai banali. Le parole dell’insegnante che – dai banchi delle elementari fino alle aule universitarie, comprese quelle dell’Università della terza età, che l’ha visto instancabile docente nelle valli trentine per oltre trent’anni: e già pensa all’auspicata ripresa dei corsi il prossimo autunno… – ha sempre insegnato “tranne che all’asilo!”.

“Fan” di Giovanni XXIII, estimatore di papa Montini per l’acutezza e la profondità di pensiero, entusiasta di papa Bergoglio, a cui ha dedicato il libro “Li guiderò a fresche sorgenti”, a 80 anni don Marcello riesce ancora a stupirsi della tenerezza, della bellezza, della vita, dell’umanità delle persone: “Quella è sempre un mistero meraviglioso”, ci dice, concedendosi in una lunga chiacchierata in redazione.

“Per tutto ciò che è stato: Grazie! Per tutto ciò che sarà: Sì!”, scrive nella dedica manoscritta del libriccino per i suoi 80 anni. È un bilancio di vita?

“Ho trovato questa bella frase di Dag Hammarskiold, presidente dell’Onu, morto tragicamente in un incidente aereo (un attentato). Non posso far altro che dire ‘Grazie’ a tutte le persone, donne e uomini, che ho incontrato nella mia lunga vita. L’esperienza più grande, più bella, più costruttiva è stato il rapporto con le persone”.

Prete a 25 anni, il 27 giugno 1965, nella Sua Balbido: qual è il Suo legame con la terra d’origine?

“Mi sento davvero parte del Bleggio, mi sento profondamente giudicariese, anche se sono nato a Riva del Garda per un incidente di percorso: mia madre aveva bisogno dell’ospedale per mettermi al mondo… Ho sempre vissuto a Balbido e adesso ho lì la residenza. È un paese piccolissimo, di grande quiete e serenità”.

Da giovane prete ha vissuto la stagione conciliare.

“Ho deciso di diventare prete con il Concilio, a causa del Concilio. È stata una tappa fondamentale della storia della Chiesa, che segna un dialogo, magari poi non sempre coltivato, della Chiesa con il mondo moderno. Chiesa e mondo hanno cominciato a dialogare. Per me questo è stato il grande respiro di quegli anni”.

Questo tra Chiesa e mondo, tra tradizione e modernità oggi è un dialogo pacificato, è un dato assodato?

“Direi che è ancora una fatica da costruire. Il rapporto tra Cristianesimo e modernità ha vissuto varie fasi, in cinquant’anni. E non sono sempre state fasi dialogiche. Ma il dialogo è un’esigenza a cui non si può rinunciare. Anche se è faticoso. Niente è statico, né nella Chiesa né, men che meno, nel mondo”.

Prete, teologo, filosofo, insegnante, cultore della bellezza… cosa riassume meglio la Sua figura?

“C’è una frase di Sant’Agostino che per me è sempre stata come un faro, una stella che mi ha guidato. Scriveva Agostino: ‘Sapere ed essere infelici è più vero del contrario’. Credo che tutti capiscano cosa significa il contrario: essere felici, ma sciocchi… La ricerca chiede una sorta di inquietudine”.

È l’inquietudine che vive anche il cristiano, se il suo percorso di fede è autentico?

“Sì, sì… la fede non è mai certezza. Forse uno degli sbagli più grandi che si fanno, sia dal punto di vista credente sia dal punto di vista laico, è confondere la fede con la certezza”.

Sbaglia chi pensa di brandire la fede come una verità?

“La verità è più grande della certezza. E, paradossalmente, la verità non è mai certa. Sembra, appunto, un paradosso. La verità esige continuamente nuovi approfondimenti”.

Come si può comunicare una verità senza umiliare, imporsi, ferire?

“L’unico modo è il dialogo. Dico di più: il dono. Saper vivere la vita come dono all’altro, come gratuità. Questa è la fede. Questa è la formula, per così dire, della possibilità di dialogo tra credenti e non credenti. La gratuità. E il porre domande, il seminare inquietudine, almeno con chi ci sta”.

Come ha fatto Lei nelle sue affollate predicazioni. Da questo punto di vista, la Sua figura è stata vista talvolta come divisiva, all’interno della Chiesa trentina. Ne ha sofferto? Si sente più pacificato, oggi?

“Direi di sì. A me è parso importante seminare problematicità, anche nell’ambito della fede. Qualche volta mi hanno accusato di non offrire punti di  riferimento sicuri alla comunità cristiana. Ma la sicurezza non appartiene al Vangelo. Ne ho anche sofferto. Qualcuno è andato giù duro. Mi permetto di dire, con un po’ di sofferenza, che una certa ostilità del clero nei miei confronti non è finita, anche nel clero giovane che non mi conosce neanche, se non per sentito dire. Ci sono preti che non mi salutano”.

Il don Marcello predicatore a chi si è ispirato?

“Certamente a Francesco d’Assisi, ma anche a grandi figure più recenti come don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari. ‘Occorre dar potere alla coscienza, dopo aver dato per tanti secoli coscienza al potere’, diceva don Mazzolari. Cambia il mondo! ‘Quando entri in chiesa, ti levi il cappello, non la testa’, diceva ancora”.

I suoi maestri… E Lei, ritiene di essere stato maestro per qualcuno?

“Nel senso mite del termine, sì. Ho sempre insegnato… tranne che all’asilo! Dalle elementari in su, fino all’università, ho fatto tutti i gradini dell’insegnamento (ride, ndr). Ho avuto modo di aiutare a cercare. Maestro in questo senso: colui che aiuta a cercare, che non dà già tutto definito, ma che offre l’occasione per diventare curiosi”.

Tra i maestri e profeti, don Lorenzo Guetti: la cooperazione trentina si appresta a rinnovare i suoi vertici, dopo una stagione di divisioni.

“Come voleva don Guetti, la cooperazione deve dare un’occasione per crescere dal basso. È questo il grande problema che ha fatto nascere la cooperazione trentina e che può farla morire. Costruire un sistema di vertice con tanti servi ubbidienti: sarebbe la fine dello spirito cooperativo. Lo sforzo deve essere dare responsabilità alla base. È uno dei grandi problemi della democrazia, oggi”.

Nel deserto della globalizzazione e della pandemia che angoscia il mondo, dov’è la sorgente?

“La sorgente resta la Parola, il Vangelo. Anche durante questa pandemia la comunità cristiana avrebbe potuto sfruttare meglio, pur nelle restrizioni, l’occasione di aprire alla Parola, di far vedere che dentro la Parola di Dio ci sono parole che aiutano a capire il tempo che si vive. Il problema di oggi è il problema antropologico. L’uomo non sa più chi è, non riconosce la sua natura”.

Per la Chiesa un tempo di Grazia?

“Le realtà che potrebbe contendere alla Chiesa, nel linguaggio, un certo primato sono profondamente in crisi. La scienza ha riscoperto l’umiltà: non sa tutto. I criteri della globalizzazione degli anni Settanta e Ottanta oggi non reggono più. Si parla di un periodo ‘post-secolare’. Il mondo post-secolare evidenzia il bisogno di un dialogo tra tutti coloro che accettano di guardare al futuro”.

Un dialogo tra tutti coloro che, per dirla con il titolo di un altro Suo libro, si lasciano “stupire dalla luce”.

“Lo stupore non è solo dei credenti, ma anche del mondo laico”.

A 80 anni, cosa ancora la stupisce?

“(Pausa di silenzio, ndr) La tenerezza, la bellezza, la vita. L’umanità delle persone. Quella è sempre un mistero meraviglioso”.

Tra i maestri e testimoni, mette anche Dietrich Bonhoeffer. “Il cristiano che sfidò Hitler”.

“Bonhoeffer è oggi una delle figure più importanti dentro il cristianesimo. Per un fatto: la fede chiede a ciascuno, prima di esigere qualcosa per sé, di completare la propria umanità. Diventare adulti dal punto di vista umano, per Bonhoeffer è un dato che deve precedere il diventare cristiani. Diventa uomo, e poi puoi anche essere cristiano. Una pienezza di umanità è un requisito per poter dire di credere. La fede è adulta, chiede una maturità umana”.

Sta dicendo che chi si professa cristiano deve sfidare innanzi tutto se stesso?

“Non c’è dubbio. Deve coltivare la propria umanità. Oggi c’è tutta una teologia, per esempio, sull’umanità di Gesù. Libri splendidi, usciti negli ultimi anni, incisivi”.

Riscoprire l’umanità di Gesù, scrive nel Suo ultimo volumetto “Consumare Dio” stampato dalla Fondazione Don Guetti, comporta implicitamente una critica alla religione.

“Una critica alla religione come modalità che distingue l’alto dal basso, Dio dall’uomo. Ma la fede chiede prima di essere uomini. Questa è la condizione per poter essere capaci di leggere il Vangelo. Il sistema, anche quello ecclesiastico, non permette sempre di riconoscere l’umanità. Si vede la funzione. Ma il cuore qualche volta non si riconosce”.

“Il pensiero ha bisogno di vedere, di toccare, di incontrare”, ha scritto in una Sua riflessione sul camminare (“Filosofia dei piedi pensanti”).

“Ciò che manca è il pensiero: lo disse Montini, assistente nazionale della Fuci nel 1932, invitando i fucini a coltivare il pensiero. La stessa cosa la disse, qualche anno dopo, Hanna Arendt”.

Chiudiamo con una parola di speranza, che è virtù cristiana.

“La speranza è decisiva. Il cristiano, ma anche il laico che abbia una umanità condivisa, non può non coltivare anche l’Oltre: che è per sua natura fragile, non prevedibile, ma esiste, c’è. Si va verso l’Oltre. In fondo, il vero significato della fede è oltre. La speranza qui si unisce alla fede e trova la sua conferma nella carità, nell’amore”.

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