Quella croce sul Baldo è inappropriata

Forse il nuovo sinodo, auspicato per la Chiesa italiana da papa Francesco, potrebbe fare un po’ di chiarezza anche sull’uso delle croci, non solo in montagna, spesso segno di ostentazione più che di devozione con quell’umiltà che percorre le laudi francescane cui si è ispirata la stessa enciclica sul creato di papa Bergoglio. Forse però l’attuale polemica (che da Malcesine si è estesa alla diocesi di San Vigilio, perché il Baldo e il Garda sono anche trentini) sulla croce astile che il Comune di Malcesine intende issare sul Monte Baldo alcuni punti potrà chiarirli. Che vi sia bisogno di un ritorno spirituale alla montagna è indubbio e condivisibile, a prescindere dalle fedi.

La montagna non può essere appaltata come è ora al consumismo più volgare, ad una monocultura degli eccessi che la svuota del suo significato e della sua stessa capacità di richiamo.

La spiritualità fa parte della cultura della montagna da sempre, come ne fanno parte la pastorizia e le malghe, il bosco e la caccia sostenibile (lo ricordava Mario Rigoni Stern) antesignana dell’alpinismo. La cultura cristiana della montagna, in questa prospettiva, è ricca di richiami, dalle antiche pievi affrescate ai capitelli votivi lungo i sentieri, fino alle croci di legno al limitare dei boschi e sulle cime.

Quando a metà Ottocento i primi alpinisti salirono sul Piz Boè, nel Gruppo del Sella, già vi trovarono una croce di legno, corrosa e distorta dalle intemperie. Quest’anno con il Covid, i capitelli sono stati per così dire “riscoperti” nella loro funzione anche sacra, dopo anni di incuria e abbandono. I capitelli non sono solo decorazione di un paesaggio. Vennero costruiti quando pastori e segatori non potevano fare i pendolari delle Messe in paese, la domenica, quando si trovavano sui pascoli alti, ma interrompevano il lavoro per mormorare una preghiera insieme, accanto a un segno sacro. Ritrovarsi “distanziati” all’aperto è stata un’opportunità che chiesette e capitelli hanno offerto anche in questi mesi di pandemia, il ritorno ad una Volkskirche che sa ben supplire anche alle ritualità istituzionali.

Quanto alle vette, posto che sempre più numerose (e basti citare la sfortunata Paganella) sono state espropriate da antenne, tralicci e ripetitori, che pare di trovarsi a Cape Canaveral invece che in montagna, ben venga una croce di legno (non di ferro, era di legno quella del Calvario, di legno come quello schiantato dal ciclone Vaia nei boschi, da recuperare a nuove funzioni e vita) a far memoria di una preghiera e di una speranza.

Ma quella del Baldo non è neppure una croce, è un’asta del tutto fuori misura (18 metri, più alta di una grande casa!) che sfigura anche il pastorale cui Wojtyla si appoggiava. Non è un segno sacro: è semplicemente inappropriata in un luogo non adatto, e non dovrebbe essere necessaria la tutela del paesaggio, ma solo un minimo di buon senso e di buon gusto, per scoraggiarla. La croce, infatti, è un segno cristiano che può essere anche tradito, come venne tradito Cristo. La tradiscono ostentazioni come le massicce e costose croci d’oro che l’estate si possono vedere sui petti abbronzati di spesso arroganti frequentatori di spiagge.

Un ultimo particolare. Su l’Adige di domenica 31 dicembre è comparsa la lettera di un consigliere comunale di Malcesine che lamentava come la decisione della croce sul Baldo fosse stata presa con scarso coinvolgimento del consiglio, aggiungendo che “l’accordo di programma con la società privata che si occuperà di gestire i proventi e i diritti di immagine relativi alla croce è stato affrontato, seduta stante, in meno di 90 minuti di confronto”. Risulta dalla lettera che si tratti di un contratto trentennale con una Srl. Non sembrano necessari ulteriori commenti.

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