È morto l’ex generale Jovan Divjak, combattente per la giustizia e la riconciliazione

In Trentino l’ultima volta era arrivato a fine aprile del 2019. Era salito a malga Cimana, sopra il lago di Cei, per raccontare per l’ennesima volta (e mai si stancava) quegli anni, quasi quattro, passati a Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina nella quale peraltro viveva da 27 anni, durante i 1425 giorni dell’assedio portato dai serbo-bosniaci e dall’esercito jugoslavo diretto da Belgrado e che causò oltre 11mila 500morti, di cui 1600 bambini. Ma in Trentino, come in altre parti d’Italia, l’ex generale Jovan Divjak, origini serbe, che Sarajevo aveva difeso in qualità di comandante della difesa territoriale, veniva anche per raccogliere fondi per la sua associazione, “L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina”, con la quale aiutava tanti e tanti ragazze e ragazzi a costruirsi un futuro in un Paese povero, ancora oppresso dai nazionalismi dopo le guerre di disgregazione della Jugoslavia degli anni Novanta.

Jovan Divjak è scomparso giovedì 8 aprile, a Sarajevo, all’età di 84 anni, portato via da un male cattivo che lo affliggeva da qualche tempo. Per martedì 13 aprile nel cantone di Sarajevo è stato indetto il lutto cittadino. Già ora sulla facciata della Biblioteca nazionale, sulle rive della Miljacka, una grande scritta recita “Caro Jovo, grazie di tutto”. Sempre martedì, alle ore 11 al Teatro nazionale della città, si svolgerà una commemorazione mentre alle ore 14 si terranno i funerali nel cimitero di Bare dove l’ex generale sarà sepolto nella tomba dove già riposa la moglie Vera. Molti studenti trentini degli istituti superiori l’hanno conosciuto nel corso dei viaggi di istruzione in Bosnia.

Di recente Divjak era stato tra i più convinti sostenitori, insieme all’Ambasciatore italiano a Sarajevo Nicola Minasi e alla municipalità, del conferimento della cittadinanza onoraria post mortem, per la promozione della pace e della riconciliazione in Bosnia Erzegovina, ad Alexander Langer (Vita Trentina ne ha scritto sul numero dello scorso 14 marzo). Un riconoscimento dall’alto valore simbolico, ancora di più all’indomani della sconfitta alle recenti elezioni, in gran parte delle municipalità sarajevesi, dei partiti nazionalisti. Il politico sudtirolese, parlamentare europeo dei Verdi, suicidatosi il 3 luglio 1995, per anni cercò in tutti i modi di “gettare” ponti e sensibilizzare le autorità politiche internazionali, inascoltato, sulla necessità di porre fine alla mattanza provocata da tutte quelle guerre che hanno portato alla dissoluzione della Jugoslavia e all’insorgere dei nazionalismi e dell’odio etnico. Tra le faggete di malga Cimana, Divjak concludeva così il suo intervento: “Immagino la Bosnia Erzegovina come una bella e giovane donna. Radiosa e con tanto amore per ognuno. Avrà bambini e figli d’oro. E che questi bambini generati dalla Bosnia Erzegovina, liberi da dittature, possano decidere autonomamente e in pace della loro vita”. Un testamento e un auspicio di “un combattente per la giustizia e la riconciliazione”.

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