Autismo ed emozioni, uno studio dell’Università di Trento smonta alcune convinzioni

Non tutti sono in grado di riconoscere con chiarezza le emozioni che trapelano sul volto dell’altro. Le persone affette da autismo e da disturbi dello spettro autistico, per esempio, fanno difficoltà a leggere questo linguaggio, ritenuto dai più universale. Molti gli studi scientifici che da anni cercano di indagare su questa difficoltà. Uno, molto recente ed innovativo, ed è stato portato avanti, oltre che dalla Stony Brook University di New York, dal Dipartimento di Ingegneria e Scienze dell’Informazione dell’Università degli Studi di Trento. I risultati sono stati pubblicati alcuni giorni fa sulla rivista “Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging”.

Secondo questa ricerca, le persone affette da autismo fanno difficoltà a capire le emozioni degli altri non perché, come si riteneva finora, il loro cervello fatichi a decodificare i segnali neuronali, ma perché stentano a tradurre le informazioni. E la pandemia non ha aiutato. “L’uso costante di mascherine di protezione limita l’espressività del viso – spiega Matthew D. Lerner, coautore dello studio e docente di Psicologia, Psichiatria e Pediatria alla Stony Brook University – e questo comporta una minore disponibilità di informazioni sulle nostre emozioni. Ecco perché è importante capire come, quando e per chi emergano delle difficoltà di comprensione, quali siano i meccanismi alla base del fraintendimento”.

Sono 192 le persone, con età diverse e affette o non affette da disturbi dello spettro autistico, coinvolte nello studio. I ricercatori e le ricercatrici hanno registrato e analizzato i loro segnali neuronali durante la visualizzazione di diverse espressioni facciali. L’hanno fatto tramite un sistema innovativo, il Deep Convolutional Neural Networks, che sfrutta l’apprendimento automatico per classificare le emozioni facciali. L’algoritmo di cui fa uso il sistema permette, tramite elettroencefalografia, di rilevare l’attività del cervello mentre osserva i volti. “Le tecniche di apprendimento automatico possono aiutarci nell’interpretazione dei segnali cerebrali nel contesto delle emozioni”, spiega Giuseppe Riccardi, coautore dello studio e docente di Sistemi di elaborazione delle informazioni all’Università di Trento. “Anzitutto possono essere determinanti nel supportare le prime fasi della ricerca di base. Ma possono anche essere impiegate direttamente per interventi clinici. Lo studio che abbiamo condotto mostra quanto sia necessaria una forte integrazione tra competenze interdisciplinari affinché l’intelligenza artificiale abbia un impatto misurabile sulla vita delle persone”.

Lo studio giunge a conclusioni che aiutano a rivedere l’approccio con cui si aiutano le persone affette da autismo a leggere le emozioni altrui. “Al momento si tende a utilizzare protesi per il riconoscimento delle emozioni che aiutano la percezione visiva del movimento biologico”, conclude Lerner. “I nostri risultati suggeriscono che bisognerebbe concentrarsi invece su come aiutare il cervello a trasmettere una codifica intatta del messaggio che veicola l’emozione correttamente percepita”.

 

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