Nedda Falzolgher, l’”allodola pura” che volava con la poesia

La poetessa trentina Nedda Falzolgher vista da Giorgio Romagnoni

Scriveva usando un inchiostro verde, il colore della natura, e rigorosamente con la mano sinistra, perché aveva il braccio destro paralizzato. La poetessa trentina Nedda Falzolgher nacque a Trento il 26 febbraio del 1906. A soli cinque anni, l’evento che influenzerà tutta la sua vita negli anni a venire, una poliomielite che le colpisce gambe e braccio destro, costringendola in carrozzina.

Nella poesia di Nedda Falzolgher, però, la disabilità non viene mai menzionata. Si avverte piuttosto un grido di amore verso la vita, un desiderio mai sazio di comprendere l’esistenza di ogni piccola parte del creato. Ecco quindi che lo scorrere dell’acqua avviene “nell’urlo delle piene”, che il fremito del vento sconvolge le “umide chiome delle querce”, mentre “il sole passa e consuma la carne della terra amara”.

In molte poesie compare e ritorna il tema dei fiumi e dell’acqua, metafora della vita e del suo fluire e rifluire. Nedda fu costretta a rinunciare alla maternità, ma nella sua poesia questo tema si presenta sotto forma di un “amore per il creato e l’increato, per il visibile e l’invisibile, per tutte le vibrazioni che palpitano nel cosmo, dai grandi astri al cuore trafitto dell’uomo all’ultimo fremere di uno stelo”.

Compose la sua prima poesia nel 1917, a undici anni, e la dedicò alla madre, una figura importantissima nella sua vita. È lei che, fino alla sua morte, avvenuta nel 1950, si occuperà della figlia e le insegnerà francese e latino, lasciandole in dono una grande passione per la letteratura e per la poesia. È sempre lei che si sente dire da un medico: “La creatura non morirà perché ha il cuore troppo fondo e resiste. Ma questo male improvviso le taglierà le strade dalla terra”. Ed è ancora lei che, distrutta eppure risoluta, gli risponderà: “Non importa. Muterà cammino”.

Nella sua casa sul Lungadige, quindi, Nedda comincerà a scrivere e, a partire dagli anni Trenta, raccoglierà attorno a sé un gruppo di amici amanti dell’arte e della cultura, un cenacolo che l’accompagnerà negli anni a venire. Nel gruppo, ci sono anche nomi conosciuti come quello di Marco Pola.

Per Nedda scrivere è “pura arte che vive nella luce”. E, a Dio, al quale è legata da una forte spiritualità, chiede: “Datemi la forza di poter scrivere, Signore; fate ch’io possa chiudere in me e alimentarla sempre della più pura luce questa forza divina e indomita come una limpida fonte”.

La poetessa è forte ma, come per tutti i poeti, la scuote un’ansia vitale e una paura – che è al tempo stesso una consapevolezza – della sua solitudine. “Devo avere il coraggio di vivere sola, di pensare sola, di soffrire sola”, scrive. “Nessuno potrà capire che la mia strada è questa; nessuno dirà: vengo con te”.

In occasione di un incontro dedicato alla poetessa, l’amico Raffaele Gadotti ricorda che, a un certo punto, “non voleva più saperne di cose scritte: voleva vedere”. Nedda, insomma, voleva conoscere quel mondo che aveva scoperto attraverso le lettere d’inchiostro stampate sui libri; voleva “vivere fuori”, uscire dalla sua casa sul Lungadige. E dopo – ma solo dopo – scrivere. “Dicevamo che a mano a mano che usciva fuori – ha ricordato Gadotti – a vedere il mondo e a conoscere la natura direttamente, la Nedda cambiava; e cambiava anche la sua poesia, il suo modo di scrivere. Non erano più fiori di carta, fiori di cartapesta, sia pure molto colorati, o di stagnola: le sue poesie adesso erano fiori vivi; erano rami spezzati, ma vivi; erano frutti vivi; erano qualche cosa di naturale, di spontaneo. E nella sua poesia incominciò a sentirsi di più, perché scavava più dentro di sé”.

Nedda Falzolgher morì molto giovane, a cinquant’anni. Era il 2 marzo 1956. Nella vignetta di Giorgio Romagnoni, una poesia che parla del suo slancio vitale. È lei quell’”allodola pura” che si adagia sul “respiro del mondo”.

vitaTrentina

Lascia una recensione

avatar
  Subscribe  
Notificami
vitaTrentina

I nostri eventi

vitaTrentina