Caso Pedri, troppo tardi, troppo poco

Una delle immagini di Sara Pedri rilanciate da “Chi l’ha visto?”

Sono trascorsi più di tre mesi e mezzo, oltre 100 giorni, dal 4 marzo 2021 – giorno della scomparsa di Sara Pedri – al 17 giugno, data in cui l’Azienda sanitaria ha incaricato una commissione d’indagine interna di approfondire la situazione nel reparto di ginecologia e ostetricia dell’Ospedale S. Chiara di Trento.

C’è voluto il clamore mediatico scatenato dai servizi di “Chi l’ha visto?” (Rai3), ripresi anche dalla stampa nazionale, per far emergere il disagio vissuto in quel reparto. Non erano bastate le interrogazioni, come quella del consigliere provinciale Degasperi, risalente addirittura al gennaio 2019 (“Rimasta ferma in Azienda sanitaria”, ha dichiarato l’assessora alla Salute Stefania Segnana a un quotidiano locale!); e neppure aveva spinto chi di dovere a muoversi l’elevato numero di dimissioni – ben 13 – verificatesi dal 2016 al 2018. “Professionisti che arrivano, imparano e se ne vanno”, ha liquidato la questione l’assessora Segnana. “Non mi era stato riferito nulla del clima intimidatorio”, ha riferito Paolo Bordon, all’epoca dirigente generale dell’Apss.

Il direttore dell’Unità operativa di ginecologia nell’occhio del ciclone ha concordato di utilizzare un periodo di ferie arretrate. Ora è partita un’indagine che appare mossa insufficiente e tardiva. La famiglia di Sara Pedri, che dall’Azienda sanitaria non ha ancora ricevuto una parola di sostegno – ha denunciato la sorella Emanuela -, attende verità e chiarezza

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