No-vax, libertà alpine come alibi

L’hub vaccinale in località San Vincenzo a Trento

Caro Gentilini, una premessa alla sua “curiosità”, che è poi la denuncia delle “problematicità” che si incontrano nell’affrontare questa dura pandemia. Il virus, infatti, ha mostrato la debolezza delle strutture che reggono la convivenza sociale, ha smascherato antiche e nuove superstizioni, ha rivelato il potere davvero contagiante di una cattiva informazione. Ci si può allora interrogare sulle ragioni vere delle proteste “no-vax” al porto di Trieste (nella storia spesso le folle si sono prestate a fare da massa di manovra ai violenti) certamente corresponsabili del diffondersi del virus più dei retaggi asburgici, ma occorre anche chiedersi perche la protesta sia esplosa tanto clamorosa nel porto più trafficato e organizzato d’Europa, quello di Rotterdam, e come proprio l’Olanda, con il senso civico e la prosperità che la caratterizzano, sia diventata un epicentro dei contagi. Vien da pensare che la “quarta ondata” sia stata provocata da virus umani prima che biologici, da presunzioni e atteggiamenti quali il credere che i problemi più difficili siano sempre risolvibili con qualche “clic” o rivendicando “diritti” personali inalienabili. Troppi slogan su movide e “libertà”, invece che pratiche più diffuse di vaccini e solidarietà. Ora siamo daccapo.

Per quanto poi riguarda i territori fra i monti e le autonomie la tentazione di rifarsi alle antiche libertà alpine, alle lotte di resistenza contro Baroni e Balivi (possiamo tradurli negli attuali Big Farma e Big Science?) è sicuramente suggestiva e non priva di risonanze storiche, ma rischia di rivelarsi fuorviante, tanto da far sorgere un’altra domanda: “E se questo cercare in un passato che spesso assume connotati quasi mitici (un po’ come ‘l’invenzione della tradizione’ in molte realtà turistiche) fosse invece la ricerca di un alibi? Al non vaccinarsi”? Perché le popolazioni alpine hanno sempre rivendicato le loro libertà, ma conoscendone i limiti, controllando i comportamenti, collegandoli ad una solidarietà civile che comprendeva i dazi, i pedaggi sui ponti costruiti insieme, i lasciapassare necessari a muoversi. Ancor oggi si paga il “pass” per andare da Bolzano a Innsbruck sul grande ponte dell’autostrada, e per entrare in Svizzera viene richiesto il passaporto. Come si fa allora a rifiutare un Green pass, che altro non è che un lasciapassare con una tracciabilità ben inferiore a quella di qualsiasi bancomat o telefonino?

Ancora. Le popolazioni alpine hanno difeso le loro libertà, ma si sono sempre difese dalle emergenze e dalle pestilenze, non solo con le erbe degli antichi rimedi, ma, in assenza di vaccini contro i mali irrimediabili, con quei “passaporti di speranza” e lasciapassare di futuro che erano i dipinti dei santi sulle chiese, sulle case, nei capitelli. Erano (e sono) santi “pratici” quelli alpini: san Cristoforo contro le alluvioni, san Floriano contro gli incendi, san Rocco contro le pestilenze… santi alpini, quasi come “anticorpi spirituali” prima che arrivasse la scienza.

Il dubbio è piuttosto che oggi, in molti territori alpini, manchino ancora alcuni “anticorpi” comportamentali, sostituiti da una certa presunzione autoreferenziale che fa presumere di essere immuni da contagi, (del virus, del consumismo, dell’ostentazione …) sempre i primi della classe anche nella pandemia, mentre i limiti appaiono ben evidenti. Forse allora la resistenza a vaccinarsi non deriva tanto da antichi retaggi asburgici, ma da nuove presunzioni di modernità, di sapere tutto, di essere i più bravi e quindi immuni dalle miserie di chi si ammala.

Azzarderei l’ipotesi che la scelta di non vaccinarsi derivi da una progressiva omologazione alla mediaticità globale e ai suoi pregiudizi, ad una autoreferenzialità ancora priva di anticorpi, altrove magari già elaborati. È un’ipotesi. L’auspicio è che la durissima prova di questi anni consenta alle “autonomie” di smentirla.

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