Don Narciso Sordo, un prete che odiava “i pensieri dei fascisti”

Don Narciso Sordo visto da Giorgio Romagnoni

Nel 1930 scrive la frase che compare nella vignetta di Giorgio Romagnoni: “Sappiate che la patria non ha bisogno di quelli che gridano “viva la patria!”, che sanno parlare di patria ma non sanno fare un sacrificio, la patria ha bisogno di figli colti, amanti del lavoro e del sacrificio. Non si serve la patria sfruttandola, ma aiutandola con l’opera e con l’intelligenza”.

Don Narciso Sordo non odiava i fascisti. Odiava semmai le loro idee e l’esteriorità propugnata dal regime. Per questo, nell’estate del 1944 decise di prendere i contatti con il battaglione partigiano Gherlenda, del quale facevano parte anche le partigiane Ora e Veglia, che operava in Valsugana. Don Narciso non partecipò alle loro operazioni, ma assicurò la sua assistenza spirituale e un supporto per nascondere i ricercati e i renitenti alla leva.

Il sacerdote nasce a Castello Tesino il 15 gennaio 1899, settimo di undici figli. Frequenta le elementari nel suo paese, dopodiché si iscrive al ginnasio del Collegio Arcivescovile di Trento, che però non termina: quando l’Italia entra in guerra, infatti, rifiuta di arruolarsi nell’esercito austroungarico e prova ad attraversare il confine assieme a suo padre. Fallisce il tentativo, e i due sono costretti a scontare il confino politico a Vienna sino alla fine della Prima guerra mondiale. Narciso riesce a terminare il ginnasio e impara il tedesco, una lingua che gli sarà “utile” alcuni anni più tardi, quando viene internato nel campo di concentramento di Mauthausen, dove svolge il ruolo di interprete.

Tornato a Castello Tesino, entra in seminario nel 1919. Nel 1922 viene ordinato prete dal vescovo Celestino Endrici e mandato ad Arco, dove si distingue per il suo dinamismo come cappellano, tanto che Endrici decide di richiamarlo a Trento. In Duomo svolge il suo servizio di cappellano e insegna religione alla scuola media annessa.

Don Narciso Sordo era un uomo estremamente colto. Negli anni in cui è prefetto di disciplina, frequenta l’Istituto cattolico di studi sociali a Bergamo, dove consegue la laurea.

Comincia a subire pressioni da parte del regime fascista a San Michele all’Adige, dove, su incarico del vescovo, rimane per cinque anni come censore e prefetto di disciplina dell’Istituto Agrario.

Ricopre vari ruoli, tra cui quello di vice-assistente diocesano degli uomini dell’Azione Cattolica e parroco a San Giovanni Bosco, a Bolzano, dove assiste all’occupazione della regione da parte della Wehrmacht. Torna però a Castello Tesino, dove fonda e dirige un istituto scolastico per permettere agli studenti che frequentano il liceo e il ginnasio di continuare gli studi.

Viene più volte interrogato dai nazisti per via dei suoi contatti con i partigiani del battaglione Gherlenda. I nazisti però lo rilasciano sempre, per mancanza di prove, sino a quando viene catturato e messo in carcere prima a Roncegno poi a Borgo e infine a Bolzano. Qui scrive, il 29 dicembre del 1944, delle parole rivolte ai nipoti che rimangono incompiute e che però sono ricordate come il suo “testamento spirituale”: “Carissimi, vi sono dei momenti nella vita in cui lo spirito è messo nella condizione di vivere intensamente e a progredire ed ingigantire o essere soffocati ed immiserire. Per noi tutti questo è un tale tempo. Ed io ho tutta la convinzione che per noi questo tempo vi faccia e ci faccia profondamente ed estesamente crescere nello spirito. […] La mia preghiera, che in questo tempo, cerco sia maggiore, ha sopra tutto questo intento nelle mie intenzioni: che il Signore ci conceda la grazia che noi tutti sappiamo superare il momento da cristiani consci della loro condizione e così che l’anima nostra, purificandosi sempre più si elevi e si avvicini al divino Esemplare Gesù Cristo Salvatore. […] Ma perché sia così ciascuno deve metterci la sua parte. Mettersi davanti a Dio e chiedere a Dio di ricavare il massimo frutto dalla sofferenza insieme alla perfetta rassegnazione e sottomissione alla sua santa volontà”.

Don Narciso Sordo muore nel sottocampo Gusen II di Mauthausen, dove viene trasferito i primi giorni di gennaio del 1945, di stenti e maltrattamenti.

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