La Destra di governo e la dottrina sociale

L‘impegnativo discorso d’insediamento di Giorgia Meloni ha raccolto alcuni applausi dalle opposizioni: per l’omaggio a Mario Draghi e Paolo Borsellino, per la presa di distanza dal regime fascista, per il grazie a tante donne che le hanno consentito di rompere “il tetto di cristallo posto sulle nostre teste”. Sulle sue promesse – come scrive il prof. Paolo Pombeni nella sua rubrica settimanale – la prima Premier italiana è attesa alla prova dei fatti, ma sulle sue premesse ci è possibile già ora riconoscere punti di frizione con la dottrina sociale cristiana.

Attingendo dai teorici conservatori, ma anche dalla prassi politica delle Destre di governo merita forse richiamarli (ben consapevoli che alcuni trovano accoglienza anche in altre case politiche) come contributo ad una “navigazione” che Giorgia Meloni assicura già proiettata sulla distanza di cinque anni.

Lo Stato e la sussidiarietà. Quasi che fosse lo Stato stesso la prima fonte del diritto, la visione delle Destre stataliste (alle quali Fratelli d’Italia s’iscrive) sottolinea quasi orgogliosamente il “protagonismo” dell’autorità statale, dimenticando forse che lo stesso art. 118 recita che “lo Stato favorisce l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività d’interesse sociale”. Questo “favorire” chiama in causa esplicitamente “il principio di sussidiarietà” che impone di tener conto delle articolazioni più periferiche per costruire “dal basso” un modello comunitario in cui vengono coinvolti – laddove ci sono – anche i corpi intermedi, le forze sociali, le forme di gestione autonoma. Su questo tema, sarà da vedere nel concreto il trattamento riservato alle autonomie speciali – dopo aver scusato la “dimenticanza” di Trento al fianco di Bolzano nel discorso di martedì 25 – nell’ambito di quell’autonomia “differenziata” che è stata finora enunciata come una formula ambigua.

L’enfasi sulla nazione. È risultata essere – non a caso – una delle parole più citate nel discorso di Giorgia Meloni, che non sempre però viene declinata al plurale, riconoscendo le tante persone – anche di provenienza diversa – che formano un popolo. Nel pensiero cristiano una certa diffidenza rispetto all’idea di nazione risale fino ai Padri, dal momento che l’orizzonte della fraternità non conosce confini statuali e predilige invece la categoria dell’umanità. Dopo la Fratelli tutti di papa Francesco con il suo richiamo all’interdipendenza – di cui abbiamo avuto prova nella diffusione “planetaria” della pandemia – sono in molti ad avvertire i limiti di un approccio nazionalistico (più volte stigmatizzato da papa Francesco) per ipotizzare invece aperture a solidarietà internazionali basate sul metodo democratico. Tanto che anche alle Nazioni Unite non si parla più di “governo mondiale”, ma di “autorità mondiale” costruita sull’alternanza di autorità locali. Ma l’enfasi sulla nazione è quella che non riconosce il valore di un’accoglienza ben organizzata dei migranti, che rifiuta il dovere del soccorso, nel timore atavico di un confronto con quanti arrivano da culture altre; eppure sono fratelli, secondo il Vangelo.

L’individuo e le disuguaglianze sociali. Fedele all’”Io sono Giorgia” con cui ha titolato il suo fortunato libro autobiografico, la nuova leader ha fatto riferimento nel discorso programmatico più all’individuo che alla persona, concetto molto più pregnante e congeniale nella concezione cristiana. Quando infatti l’individuo non viene considerato “in relazione con gli altri” è più facile privilegiare le scelte e le soluzioni che tendono a premiare i singoli più intraprendenti, magari in posizioni di vantaggio, invece dei più bisognosi e marginalizzati. Allarma a proposito il riferimento esplicito “del Merito” nel ministero “dell’Istruzione”: chissà come s’arrabbierebbe ancora don Milani se questo porterà a favorire esclusioni e disuguaglianze sociali. Quest’attenzione all’individuo – che in certa baldanzosa retorica della Destra storica era visto anche come l’avventuriero capace di affrontare sfide estreme – preferisce anche la cultura dell’azione e della conquista degli spazi piuttosto che quella cultura del limite e della sobrietà che fa parte dell’emergente ecologia integrale, imposta dalla crisi ambientale. Come la mettiamo con i richiami alla Laudato si’, che non si ritrovano nel programma di governo?

L’identità e il dialogo. Negli esponenti politici di Destra è frequente il riferimento ai simboli religiosi e la stessa premier ha citato come fonti Francesco, San Benedetto e Giovanni Paolo I. La riflessione magisteriale sulla presenza in politica dei cattolici – anche quando è preoccupata della loro irrilevanza – ha più volte ribadito che la testimonianza non passa solo dai simboli ostentati o dalle dichiarazioni di principio, ma dalla coerenza nelle scelte con i valori evangelici mediati dalla dottrina sociale. E il Vaticano II ha sancito che l’affermazione della propria identità cristiana non va mai disgiunta dal dialogo con gli altri – di altre fedi e religioni, ma anche di altre “famiglie” ecclesiali e politiche – perché nel riferimento comune al “Padre nostro” e dentro alla Chiesa non si deve far differenza fra chi è più o meno cattolico, o addirittura “ultracattolico”. Ne va di mezzo anche l’annuncio cristiano di chi appartiene ad un’altra parte politica.

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