Il governo Meloni deve andare oltre le parole

L’impressione è che il governo Meloni sia molto nella fase in cui si fa perno sulle parole: da quelle per rivedere l’intitolazione dei ministeri a quelle pronunciate nel discorso molto impegnato che la premier ha tenuto per farsi votare la fiducia. Per equanimità diciamo subito che neppure le opposizioni riescono ad andare oltre una contrapposizione di parole.

Intendiamoci: non sempre le parole sono slogan, spesso possono anche trasmettere messaggi, sebbene non sia semplice renderle trasparenti. Quando per esempio si parla di natalità e di famiglia può essere che si brandiscano vecchie bolse simbologie, ma potrebbe anche darsi che si affrontino problemi che esistono: difficile disconoscere che gestire dei figli in contesti dove sono pochi i nidi e gli asili, dove i sostegni alla maternità (ma anche alla paternità) sono carenti diventa una impresa che richiede molta disponibilità al sacrificio, cioè ad una componente che di questi tempi non è che abbondi.

Nel suo discorso di insediamento Meloni è stata abile nel proporre “parole”, ma ha fatto fatica a tradurle in programmi di azione. Va benissimo condannare fascismi e totalitarismi, ricordare una presenza femminile importante nella vita del nostro paese, impegnarsi ad una rappresentanza generale della nazione rinnegando una divisione fra buoni e cattivi, richiamare figure importanti a cui ispirarsi. Poi però si vorrebbe vedere la proposta di qualche intervento specifico e dei mezzi con cui farvi fronte, il che implica selezionare fra ciò che nelle circostanze date è possibile fare e ciò che non lo è. E qui la premier non è riuscita ad andare oltre qualche impegno piuttosto vago.

Si capisce che doveva tenere insieme la sua maggioranza che è più che sfrangiata. Aveva il fiato sul collo di Salvini che si è messo a fare il leader di una sorta di governo ombra e di Berlusconi tutto teso a rivendicare per i suoi fidi posti di sottosegretario. Di conseguenza ha dovuto dire che le bandierine di queste componenti, flat tax, pensionamenti facili, blocco dell’immigrazione, cosiddetta pace fiscale, le ha ben presenti e che, sia pure “dopo” aver superato l’emergenza bollette, verranno piantate. Sa benissimo che non sarà così, anche se i temi che stanno dietro queste rivendicazioni populiste sono reali e andrebbero affrontati: il sistema fiscale va rivisto e riordinato, in tema di pensionamenti non si può usare la scure del giacobinismo, l’immigrazione sregolata è un problema. Tutto però andrà affrontato fuori dai furori fra il populista e il demagogico con cui li si è alimentati in campagna elettorale, oltre tutto perché si rischia di finire nel corto circuito del “a brigante, brigante e mezzo”: cioè si eccitano il populismo e le demagogie che sono altrettanto presenti nelle opposizioni, sia pure magari colorate un po’ diversamente.

La parte più responsabile dell’opinione pubblica, tanto quella conservatrice quanto quella progressista, si aspetta che i temi caldi vengano affrontati in maniera responsabile, il che significa anche in una prospettiva che vada al di là della congiuntura dei prossimi lunghi mesi, congiuntura che si può sperare finisca o quanto meno venga riportata sotto controllo. Da questo punto di vista un discorso ampio e articolato sul PNRR sarebbe stato necessario, perché il paese va chiamato a condividere un progetto specifico sull’impiego di quei fondi che si deve sperare non vengano dissipati in mille rivoli con cui alimentare il non poco clientelismo presente nel nostro sistema (e confessiamo che molti impieghi di quei fondi non ci sembrano orientati in senso prospettico).

La parte relativamente più scontata dell’intervento della presidente del Consiglio è stata quella sulla politica estera: fedeltà alla nostra collocazione nell’alleanza atlantica nel momento in cui sembra risorgere una dinamica di conflitto fra gli imperi e solida presenza nel contesto dell’Unione Europea sono scelte a cui non si può sfuggire. Ci sta anche che la nostra presenza nella UE risponda, anziché ad un utopismo europeista di maniera, alla realtà di una confederazione ancora dominata da tensioni fra le diverse componenti nazionali. L’Italia deve giocare una partita molto “politica” e poco pseudo ideologica non disperdendo l’eredità che ci ha lasciato il passaggio di Mario Draghi in quei contesti.

Dire che adesso aspettiamo di vedere come il nuovo governo passerà dalle parole ai fatti è scontato, ma vorremmo aggiungere che come questo avverrà dipenderà da come le opposizioni saranno in grado di impedire che Giorgia Meloni sia travolta dalle irresponsabilità dei suoi alleati e compagni di strada. è nel loro interesse.

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