Maria, una donna benedetta, non purificata

La benedizione delle mamme in attesa in una parrocchia romana. Foto Siciliani – Gennari/SIR

Sul quotidiano l’Adige del 2 febbraio Gianni Poletti, sempre attento alla dimensione religiosa e culturale della nostra società, ha scritto un articolo intitolato “Le purificazioni della Candelora”. Giustamente egli ricorda che fino al Concilio Vaticano II la festa del 2 febbraio era denominata “della Purificazione di Maria Vergine”; oggi essa si chiama “Presentazione del Signore”. L’attenzione è puntata più su Gesù presentato al tempio di Gerusalemme, secondo la Legge, che sul gesto rituale di purificazione della Madre Maria.

Una festa che, pur ricorrendo in giorno feriale, grazie alla consegna, alla benedizione e processione dei ceri, si mantiene ancora come una celebrazione sentita dal popolo di Dio e richiama uno degli eventi della vita del Signore più noti e ricordati. Anche nella preghiera del Rosario esso è uno dei misteri della gioia (gaudiosi) che ricordano i principali fatti dell’infanzia di Gesù, insieme con il suo smarrimento e ritrovamento nello stesso tempio di Gerusalemme. Sono avvenimenti e situazioni di gioia, in cui Gesù ci appare e viene riconosciuto come una luce, anzi come la luce che rivela Dio alle genti e la gloria del suo popolo, Israele.

Proprio per questo fin da bambino, quando facevo il chierichetto, mi sorprendeva sempre quel gesto che si faceva in chiesa per accogliere e “purificare” le mamme che da poco avevano partorito.

Crescendo e addentrandomi nelle questioni liturgiche avevo voluto approfondire questa faccenda che non mi convinceva. Cosa c’era da purificare? Ritengo che proprio il parto di una mamma sia il momento in cui una persona umana, la donna, è più vicina a Dio, creatore e fonte della vita.

Allora sono andato a verificare i testi e con mia grande sorpresa ho scoperto che nei testi liturgici, editi già dal Concilio di Trento, non compariva mai la parola purificare! C’era, invece, anche un rito per la benedizione nel caso di una “gravidanza a rischio” (“Benedictio mulieris praegnantis in periculis partus”). Il breve rito latino era intitolato: “Benedizione della donna dopo il parto”; altro che purificazione! Quel termine apparteneva solo all’antico testamento, alla tradizione ebraica e non a quella cristiana! Ma non solo il titolo diceva questo atteggiamento; la rubrica precisava: “Se una donna dopo il parto, conforme a una pia e lodevole consuetudine, verrà in chiesa a rendere grazie a Dio per la sua incolumità e chiederà al sacerdote la benedizione, questo in cotta e stola, accompagnato da un ministro che porta l’aspersorio, si reca all’ingresso della chiesa. Qui asperge la donna che si inginocchia sulla soglia con una candela accesa in mano”. E si aggiungeva con un’antifona: “Entra nel tempio di Dio: adora il Figlio della beata Vergine Maria; egli ti ha fatto dono di essere madre”. Quindi si diceva la preghiera di benedizione: “Dio onnipotente ed eterno, con il parto della beata Vergine Maria, hai voluto che la sofferenza delle madri cristiane divenisse gioia; guarda ora con bontà a questa tua serva, che viene lietamente a rendere grazie nella tua santa Chiesa. Per i meriti di Maria Santissima, concedi che possa giungere con i suoi figli, dopo questa vita, alla gioia della felicità eterna”. Quindi dava la benedizione alla donna. Nessun accenno a un peccato o a qualcosa da purificare. Infine la donna era invitata, secondo lo stile del tempo, a inginocchiarsi davanti all’altare e a pregare, ringraziando Dio delle grazie ricevute. Ecco a cosa era ridotta una bella occasione di ringraziamento e di benedizione. Tutto questo per la verità del rito.

Quante volte la mentalità e le consuetudini popolari erano più forti della verità dei testi e dei segni. Basterebbe pensare alla Cresima o Confermazione ridotta ad una sberla (mentre si diceva: Pace a te!!!), per cui mia madre molte volte mi minacciava: “Varda che passa il Vescovo!”; e non era certo l’annuncio della visita pastorale.

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