Le vittime dimenticate del Tigray

A un anno dall’inizio della barbara invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, le immani sofferenze subite dalla popolazione non conoscono fine. La pace sembra ancora lontana. In Etiopia, nella regione del Tigray (o Tigrè), la pace, per quanto fragile, è stata raggiunta nel novembre scorso dopo due anni di guerra. La guerra più sanguinosa di questo secolo dopo quella del Congo che papa Francesco ha denunciato con veementi parole nel suo recente viaggio nel martoriato paese. Le vittime nel Tigray sarebbero addirittura 800 mila, la maggior parte civili, secondo stime delle Nazioni Unite. Uccise dalle armi, dalle malattie, dalla fame. La fame usata come arma di guerra contro la popolazione tigrina da parte del primo ministro etiope Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace 2019 (quando gli verrà revocato?). Come Stalin l’aveva usata contro l’Ucraina tra il 1932 e il 1933, in quella folle carestia provocata nel granaio d’Europa che costò la vita a quattro milioni di ucraini e che è ricordata come l’Holodomor (lo “sterminio per fame”).

Forte della pace firmata coi tigrini il 2 novembre 2022 a Pretoria, in Sudafrica, grazie alla mediazione dell’Unione Africana, il premier etiope è arrivato a Roma il 6 febbraio scorso e ha firmato alcuni accordi di cooperazione allo sviluppo col governo italiano per 182 milioni di euro (di cui 40 in dono, il resto in crediti), annunciati in una calorosa conferenza stampa con Giorgia Meloni. Si è riaperta anche la possibilità di fornire nuove armi all’Etiopia. Gli organi di informazione italiani hanno messo la notizia in un angolino, quando l’hanno data. Non contano proprio nulla quegli 800 mila morti? Abiy e Meloni hanno ricordato i “legami storici” tra i due paesi. Non però l’imminente ricorrenza del 19 febbraio, Yekatit 12 secondo il calendario etiope, quando ad Addis Abeba si ricorda solennemente ogni anno il Giorno dei martiri. E i martiri sono le migliaia di civili etiopi uccisi dagli italiani nella strage di Addis Abeba, che durò tre giorni, dal 19 al 21 febbraio 1937 come indiscriminata vendetta contro la popolazione per l’attentato, fallito, della resistenza etiope contro il generale Rodolfo Graziani, noto come il “macellaio”, viceré dell’Etiopia occupata dall’esercito fascista. Nessun italiano è stato portato davanti alla giustizia per quella strage. A che serve la giustizia? Deve aver pensato il cinico Abiy Ahmed. Ci servono i soldi.

L’Etiopia, Paese grande tre volte e mezzo l’Italia e con una popolazione di 120 milioni di abitanti che ne fa il secondo più popoloso dell’Africa (dopo la Nigeria), è segnata dal rapporto spesso conflittuale tra i vari e potenti gruppi etnici. È una repubblica federale formata da dieci regioni-Stato che godono di ampia autonomia. Le persistenti spinte indipendentiste e quelle neocentraliste di Abiy hanno riacceso i conflitti etnici. Anche in altre regioni.

La guerra in Tigray, regione autonoma nel Nord del paese, ai confini con l’Eritrea, ha avuto inizio tra il 3 e 4 novembre 2020 quando l’esercito federale occupò militarmente il capoluogo Macallè, dopo che la regione si era ribellata al governo centrale di Abiy che aveva rinviato di un anno le elezioni politiche a causa del Covid. Nel Tigray le elezioni si erano comunque tenute il 9 settembre. I tigrini, che avevano dominato la politica del paese per tre decenni ma non avevano sostenuto l’ascesa al potere di Abiy Ahmed nel 2018, accusavano il premier di usare il Covid per consolidare il suo potere.

Con le operazioni militari, il governo nazionale chiudeva letteralmente la regione (in gran parte ancora chiusa): niente Internet, telefoni, stampa e organizzazioni internazionali. Via anche le Nazioni Unite. Una spaventosa guerra civile aveva inizio. Abiy chiedeva aiuto all’Eritrea del dittatore Afewerki che invadeva il Tigray. Gli eritrei commettevano molti crimini, come gli stupri di guerra. Di atrocità si sono resi colpevoli anche i tigrini. Ma le maggiori responsabilità delle 800 mila vittime, e delle centinaia di migliaia di profughi, ricadono sul governo di Abiy Ahmed. Che aveva molti motivi per impedire alla stampa internazionale, a quella indipendente locale (alcuni giornalisti sono ancora in carcere) e alle Nazioni Unite di vedere quello che succedeva. Molte notizie sui crimini sono però trapelate, l’Onu le ha denunciate, un gruppo di esperti dell’università belga di Gand, guidato da Jan Nyssen, le ha documentate.

Come annunciato da Vita Trentina, il Trento Film Festival dal 28 aprile al 7 maggio prossimi dedicherà uno spazio speciale proprio all’Etiopia. Sarà un’importante occasione per conoscere altri volti del grande Paese africano: paesaggi, culture, cinema, letteratura. Il suo volto antico (qui è nata l’umanità, siamo tutti discendenti dei primi etiopi) e il suo volto moderno, il suo sviluppo, gli scambi economici e di cooperazione con l’Italia. Non dobbiamo mai ridurre l’Africa a guerre e miseria. E gli africani a destinatari della nostra pietà e commiserazione. Anche questo è colonialismo. Anche questo è razzismo. L’Africa è un immenso continente dai mille volti. Dobbiamo cambiare il nostro sguardo. Ma anche le nostre politiche. Col cinismo, come pratichiamo con l’Etiopia e con la Libia, rafforziamo la parte peggiore dell’Africa. Non la migliore.

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