Per la montagna s’impone una terza via

Foto: Giuseppe Michelon

La pubblicazione del nuovo “Rapporto grandi carnivori” e le iniziative di protesta annunciate in questi giorni degli allevatori trentini ripropongono i problemi legati alla difficile convivenza fra orsi, lupi e attività umane in quota. Temi che necessitano di una breve ricostruzione storica e di un’analisi di contesto per non ridurre la questione alla sterile contrapposizione fra animalisti e montanari.

Il paesaggio alpino è da secoli presidiato e plasmato dal lavoro dei dissodatori, attività che ogni anno si rinnova grazie ai tanti allevatori, boscaioli e manutentori del territorio. Senza di loro sarebbe difficile pensare alla conservazione di un ambiente che rappresenta buona parte della superficie provinciale se consideriamo che, su un totale di 621.000 ettari di territorio, circa 390.000 sono occupati da foreste e 110.000 da prati, pascoli e malghe. La semplice analisi dei numeri suggerisce un approccio a volo d’uccello sul Trentino che dall’alto si presenta come un ambiente fortemente caratterizzato dalla cosiddetta montagna di mezzo. Stiamo parlando di superfici che procedono dal fondovalle verso l’alta montagna attraversando boschi, prati, pascoli e alpeggi e che hanno rappresentato le basi antropologiche, culturali e politiche della cultura dell’autogoverno, della gestione partecipata e responsabile dei beni comuni e delle proprietà collettive, nonché della tradizione mutualistica e cooperativa. La questione dei grandi carnivori rimanda pertanto ad un ragionamento di fondo sul futuro della montagna di mezzo e sul senso di sentirsi effettivamente una comunità coesa e solidale all’interno della specialità autonomistica.

La scelta che si prospetta riguarda pertanto due visioni alternative e contrapposte. Da una parte l’ipotesi dettata dall’avanzare della Wilderness dove, in conseguenza all’abbandono progressivo della montagna di mezzo, prende il sopravvento una visione che individua nel processo di inselvatichimento il destino inesorabile del territorio alpino. Dall’altra una prospettiva dettata dalla necessità di garantire il presidio della montagna di mezzo intesa non solo come serbatoio identitario dell’autogoverno alpino, ma anche e soprattutto come base di ripartenza per la definizione di un modello sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale, ancor prima che economico.

La dialettica fra deriva Wilderness e paesaggio culturale evidenzia dunque due opposte concezioni del modello di sviluppo e del destino dell’umanità. La visione legata al ritorno alla natura selvaggia sottende una sorta di risarcimento e di compensazione rispetto ad un modello di sviluppo considerato insostenibile quanto immodificabile. Dall’altra, i sostenitori della conservazione del presidio alpino sono più propensi a rilanciare l’obiettivo di una riconversione dell’attuale modello economico in una chiave di sostenibilità e seguendo i principi dell’ecologia integrale evocati da papa Francesco. La strada di una revisione, anche radicale, del modello economico e di consumo si propone pertanto come una sorta di terza via tra una concezione liberista e senza limiti della crescita e una visione che esalta il ritorno alla natura selvaggia in spazi di tutela e salvaguardia integrali. Una terza via che chiama in causa la necessità di “prendersi cura” e di affrontare la gestione dei grandi carnivori attraverso una mediazione che salvaguardi, prima di altri, il lavoro e il ruolo imprescindibile del contadino di montagna.

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