Tempi duri per il governo, alla prova della finanziaria

Il Governo Meloni

I sondaggi, per quel che valgono, segnalano una piccola contrazione nel gradimento del governo e della premier e gli osservatori parlano della fine della luna di miele fra Giorgia Meloni e l’opinione pubblica. Sarebbe bene non precipitare i giudizi, ma indubbiamente sono esauriti i bei tempi dello stupore positivo per un presidente del Consiglio che non si dedicava agli sfracelli a cui facevano pensare certe campagne elettorali.

Molto dipende da due fattori piuttosto diversi fra loro, ma concomitanti. Il primo è la situazione finanziaria poco brillante che costringe a scelte complicate soprattutto nel rapporto con gli alleati. Il secondo è la concorrenza subdola che il vicepremier Salvini fa alla Meloni: mentre lei deve attenersi ad un minimo di decoro istituzionale, lui parla e straparla ad ogni piè sospinto rincorrendo i cosiddetti animal spirits dell’opinione pubblica. Non lo fa perché pensa di mettere in crisi l’attuale governo, ma al contrario perché sa che questo non lo può scaricare non essendoci una coalizione di riserva. Ai tempi del Papeete si espose e abilmente Renzi lo fregò cucendo un’alleanza che sembrava impossibile fra Conte e il PD. Oggi l’opposizione non è in grado di avere i numeri per fare una maggioranza alternativa ed è impossibile che ci sia una coalizione fra FdI e PD e M5S.

Apparentemente così Meloni non deve temere per la tenuta del suo esecutivo, ma è costretta a subire le bizze dei suoi alleati, che pensano di avere campo libero per indebolirne il consenso a loro vantaggio nella tornata delle elezioni europee. Così la premier deve scendere sui terreni scelti da Salvini: polemica con l’Europa e leggi repressive.

Il primo terreno è più che scivoloso. Gli attacchi al commissario europeo Gentiloni sono un raro esempio di stupidità politica. Non perché sia lesa maestà criticare un alto dirigente UE, ma perché non si può farlo accusandolo di non favorire il suo paese, cioè mostrando al mondo che in Italia si chiede ai suoi uomini impegnati in compiti internazionali di non fare gli interessi generali previsti dal ruolo, ma quelli egoistici del governo in carica nel loro paese. Pensate come un comportamento del genere può favorire la nomina di un italiano al vertice della Banca Europea degli Investimenti, un posto strategico per cui ci sarebbe anche un ottimo candidato come l’ex ministro Daniele Franco.

Questo per non parlare dei fronti aperti con la UE che riguardano il PNRR e più in generale le regole della politica di bilancio. Ci servirebbero ampie intese, a cominciare da quelle con la Francia che Salvini sabota trescando con la Le Pen, ma anche con la Germania, la cui recessione pone problemi non piccoli alla nostra industria in buona parte tributaria delle esportazioni verso le industrie tedesche. Poi le opposizioni ci mettono del loro: la Schlein traffica con i vari radicalismi europei, da quelli spagnoli a quelli francesi, e anche questo non è che aiuta la nostra posizione internazionale.

Poi qualche evento di cronaca può giocare a favore del governo. Per esempio la spedizione camorristica a Caivano in palese sfida agli interventi di “bonifica” promossi da Meloni mettono in crisi le solite tirate di un progressismo di maniera sul fatto che sarebbe meglio mandare maestri e assistenti sociali piuttosto che carabinieri. Lo ha rilevato sconsolatamente don Patriciello. Tuttavia non è che la giusta attenzione alla liberazione di pezzi del paese dalle pretese di dominio della criminalità sia sufficiente a sanare i problemi che mette in luce la difficile situazione del bilancio pubblico.

Prendiamo un esempio fra i tanti: il problema del servizio sanitario nazionale, sul quale il PD, giustamente, pensa di appuntare le sue iniziative di critica al governo. Il tema è più che complicato per l’incuria di cui è stato vittima nei decenni passati (e qui la colpa è di tutte le parti politiche), ma oggi sembra pesare su di esso l’incognita di una possibile nuova emergenza pandemica. In vari ambienti si parla più o meno a mezza bocca o di una ripresa del Covid o addirittura di una sua variante piuttosto aggressiva. Non occorrono grandi sforzi di fantasia per immaginare cosa sarebbe un ritorno al clima e alle esperienze degli anni passati. Ci sarebbe da sperare che si prendesse coscienza di questa fase tribolata da più punti di vista, lasciando perdere la rincorsa alle percentuali possibili alle elezioni europee (cosa che affascina tutti i capi partito) e prendendo di petto con solidarietà generale le grandi esigenze di questo momento.

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