Ma ora ci aspettiamo un governo che decide

Giorgia Meloni. Foto Presidenza del Consiglio dei ministri

La cattura del super latitante Matteo Messina Denaro ha per un poco messo al margine il problema politico dell’equilibrio di governo. C’è stato qualche tentativo di strumentalizzare l’evento, vuoi sul versante della polemica destra/sinistra (chi fa veramente lotta alla mafia), vuoi sul fronte delle riforme giudiziarie (regolamentazione delle intercettazioni).

In entrambi i casi sono strumentalizzazioni abbastanza meschine. Sul primo versante non si tiene conto che lo Stato, in questo caso le forze di polizia, opera contro la criminalità per statuto proprio e non per acquiescenza o meno ai governi di turno. Dunque si deve ritenere che, arrivate le indagini all’obiettivo, il capo mafia sarebbe stato arrestato qualsiasi maggioranza fosse al governo. è grave che si sia diffusa l’idea, purtroppo con l’aiuto dei comportamenti di molti politici e non solo, che non sia possibile avere un apparato statale che non sia di parte.

Quanto alle intercettazioni il dibattito non è sulla loro utilità nelle indagini per gravi reati, quanto da un lato sull’abuso che se ne fa per cui sono reati gravi anche questioni che non lo sono, e dall’altro sul malcostume di spiattellare quanto si carpisce con quei mezzi ai media, ovviamente se ci sono elementi non di reato accertato, ma di pettegolezzo e maldicenza politica. Nel caso in esame i carabinieri che indagavano non risulta abbiano passato alla stampa quanto venivano intercettando e dunque siamo su un altro terreno.

Le difficoltà per l’attuale coalizione non derivano però dal quadro che abbiamo appena delineato, quanto piuttosto dalle tensioni che continuano ad esistere fra i partiti della maggioranza e per certi versi anche all’interno di ciascuno di essi. L’approssimarsi della prova elettorale nelle regionali di Lombardia e Lazio fa crescere le fibrillazioni più di quel che appaia in pubblico. Il tema non è tanto la possibilità che il centro destra risulti sconfitto a Milano e a Roma, cosa che al momento appare molto remota grazie ad opposizioni che lavorano alacremente per non essere competitive, quanto piuttosto per i contraccolpi che deriverebbero da una ulteriore affermazione di FdI a scapito di Lega e Forza Italia.

Si dirà: ma che importa, l’essenziale è vincere. Vale fino ad un certo punto se osserviamo la cosa da due angoli di visuale. Il primo, banale, è che in quel tipo di elezioni il conto fra alleati si presenta dopo avere avuto in mano il risultato delle urne e se in Lombardia il candidato Fontana vince, ma con una Lega che conferma la sua decadenza e FI in precarie condizioni di consensi, non potrà non avere ricadute sulla formazione della giunta, cioè sul controllo delle risorse notevoli che la regione distribuisce. Ancor più netta la situazione a Roma, dove la forza sia della Lega che di FI è in partenza ancor più ridotta e dunque in questo caso il candidato di FdI si troverà davvero in condizione di dettare legge nella sua coalizione.

Il secondo angolo di visuale riguarda la vicenda delle elezioni europee del giugno 2024. Anche se la scadenza sembra molto lontana è a quella che, giusto o sbagliato che sia, guardano tutti i partiti sia di maggioranza che di opposizione. In quell’occasione si vota con la proporzionale e dunque ogni partito misurerà la “sua” consistenza. Tutti aspettano quell’occasione per mostrare quanto valgono, se hanno tenuto e/o si sono ampliati (FdI, M5S), se sono in crescita (IV-Azione), se e quanto sono in recupero rispetto al calo dell’ultima fase (PD, FI, Lega).

Ovvio che su quei risultati peseranno molti fattori (non certo le prospettive “europee” che interessano poco alla maggior parte dei votanti), ma fra essi sarà importante il trend che si determinerà con la prova delle elezioni regionali (per allora avranno votato anche Molise, Friuli e Trentino-Alto Adige).

Per questo complesso di cause la performance del governo nel prossimo anno e mezzo sarà un elemento dirimente. La tenuta della destra è legata alla sua capacità di mostrare capacità di decidere nell’interesse generale: sia pure interpretato secondo una sua ottica peculiare, ma capace di orientarsi verso i bisogni della generalità del sistema abbandonando sia la tradizione di difesa delle lobby più arretrate, sia le pulsioni pseudo identitarie da ex minoranza emarginata che deve mostrare che adesso è il suo turno.

Questo è un orizzonte che può interessare più Meloni e le forze che va raccogliendo intorno alla sua leadership che le componenti legate rispettivamente a Salvini e a Berlusconi, le quali in quest’ottica finirebbero semplicemente nel ruolo di vassalli minori del nuovo dominatore. Siccome è dubbio che lasceranno fare, pensiamo che avremo un anno e mezzo politicamente piuttosto movimentato.

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