Se vince l’astensionismo perde l’Autonomia

LO SPUNTO:

“Chi vota vince. In oltre un secolo di storia abbiamo imparato che solo partecipando si può portare valore alle comunità. Votare è un diritto fondamentale per costruire assieme il futuro del nostro territorio e della nostra autonomia”. – (Cooperazione Trentina)

Questo invito (o ammonimento se si preferisce chiamarlo così) è apparso, firmato dalla Cooperazione Trentina su una pagina elettorale della stampa locale sabato 21 ottobre, il giorno prima del voto per il consiglio provinciale. L’appello è rimasto senza seguito perché proprio nel Trentino, nonostante la sua lunga tradizione di partecipazione democratica si è verificato un assenteismo dalle urne notevole, ha votato solo il 58 per cento degli aventi diritto, vale a dire che quasi un trentino su due non ha voluto neppure prendere la scheda in mano. Che dire? Che veramente, al di là dei risultati dei singoli partiti e della vistosa riconferma del presidente uscente Fugatti con le liste personali e assessorili che gli hanno fatto corona, tutto il Trentino ha perso. Alcuni osservatori hanno già commentato che, evidentemente, ai Trentini ogni minestra va bene, dai concertoni all’orso, altri che il Trentino si avvia a diventare l’ottava provincia del Veneto, visto le non poche scelte di appiattimento sugli interessi del leone alato che la passata giunta provinciale si è guardata bene non solo di evitare, ma finanche di nascondere.

Ma il malessere che il “non voto” ha rivelato è forse più profondo al di là dell’indubbia conseguenza di indebolire vistosamente la tanto sbandierata e fin troppo evocata “autonomia”, perché a una Provincia dove vota una persona su due l’autonomia non può interessare che marginalmente, Non vuole essere padrona di se stessa, ma si trova – di fatto . costretta a seguire ciò che per lei altri decidono, in questo caso Roma (si va da Salvini e ci si mette in coda per i soldi), o Venezia, o Bolzano. Evidentemente basta la promessa di qualche ministro che sale fra le Dolomiti perché tanti, ma proprio tanti elettori trentini decidano che il loro voto è inutile. Il caso di domenica 22 ottobre merita però forse di essere esaminato più a fondo, non cero per giustificarlo, ma per evitare che si ripeta diventando un’abitudine (“se non fai politica tu, in prima persona – diceva Alcide De Gasperi – qualcun altro la farà per te”).

Il non voto, così come il vento di destra che scuote l’Europa, era stato previsto da più parti e nel Trentino ha trovato alimento in alcune cause specifiche. La prima è certamente l’impoverimento che ha tolto prospettiva ai giovani, anche se non è vero che a loro si restringe il non voto. Molti, assenti per studio o lavoro, non sono tornati, mentre l’impoverimento riguarda soprattutto la classe media che l’attuale sistema economico ha penalizzato, di più, quasi cancellato. Sono venuti a cadere riferimenti e certezze, negozi e luoghi di comunità, radicando l’idea che la situazione è tale da non poter essere comunque mutata. Perché i problemi sono strutturali, più che gestionali. Lo stato di guerra, in Europa e ora nel Mediterraneo acuisce poi la sfiducia: “Ma di che autonomia parliamo se non riusciamo neppure a portare pace sulla porta di casa?”. Ragionamento comprensibile, ma pericoloso, perché non esiste mai limite al peggio e il voto in Alto Adige -Südtirol, con un Trentino sempre più assente o lontano, non ha certo migliorato la situazione.

Gli scenari che si aprono dopo il 22 ottobre spingono, quindi, costringono quasi, ad un ritorno della politica, del “fare politica” con meno apparenza e più sostanza, con una autonomia che torni a incidere sulla struttura della società e dell’economia, qualificando i posti di lavoro, investendo senza timore sull’università, qualificando la sanità non solo attraverso la facoltà di medicina, ma attraverso un’adeguata assistenza di base e di territorio. Non potrà quindi esserci solo un “Fugatti bis” e toccherà anche all’opposizione seguire da vicino i problemi, concretamente, preparando prospettive future, senza esaurirsi in proteste o nell’agitare bandiere. Sotto questo punto di vista un segnale di incoraggiamento viene dalla buona affermazione di Campobase, che rivela l’esigenza di un forza politica concretamente, non solo geometricamente di centro. Campobase riflette la formula che ha portato Ianeselli ad essere sindaco di Trento ma dovrà “costruirsi” e radicarsi anche nelle valli più difficili.

Una delle cause dell’assenteismo, infatti sta sicuramente nella perdita di identità di alcune (molte) appartenenze politiche. Se un partito cambia colore o natura non è che i suoi sostenitori si travasano direttamente su una forza vicina. Molti non vanno a votare. Sono analisi da approfondire, ma sicuramente parte dell’elettorato Patt si è disperso e così molti “centristi” hanno rifiutato la litigiosità del duo Renzi-Calenda. I berlusconiani non sono tutti confluiti nel leghismo, molti sono rimasti a casa come una parte stessa dell’elettorato Pd non si è necessariamente riconosciuto nella “svolta a sinistra “ della più recente dirigenza nazionale. Tutto ciò conferma come il primo problema del Trentino sia oggi quello di tornare a radicare fra la gente il gusto del partecipare e del fare politica (studiandone anche i meccanismi meno appariscenti) e ai partiti quello di precisare la propria identità. Non basta un “Fugatti bis” e all’opposizione non basterà solo fare qualche “governo ombra”.

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